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    Operazione Kyterion foto conferenza

    ‘Ndrangheta, massoneria e Chiesa: quei rapporti “indissolubili”

    di Clara Varano – Sono i rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria a venire principalmente alla luce nel secondo filone di Kyterion che ha portato oggi all’arresto di 16 persone legate alla criminalità organizzata. Sotto i riflettori il clan protagonista principale della maxi inchiesta “Aemilia”, da qualche mese in aula a Bologna, il Grande Aracri, il cui reggente, Nicolino, detto mano di gomma, aveva esteso il suo dominio ben oltre i confini di Cutro, paese di origine e base operativa della cosca crotonese.

    A tirare in ballo la massoneria Salvatore Scaprino, indagato nell’inchiesta Kyterion, già destinatario di fermo di indiziato nello scorso gennaio. Scarpino, intercettato, spiega l’importanza del rapporto tra boss e massoni e come ci si risolva i problemi a vicenda: “Ho un problema, per esempio, lo vedi per esempio ho un problema su Roma, qualsiasi tipo di problema… Gli dico io ho questo problema. Loro hanno il dovere … siccome è una massoneria, siamo. Cioè uno, quando uno di noi ha un problema, si devono mettere a disposizione… E devono risolverlo il problema”.

    Il particolare emerge da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali, a chiarirlo il procuratore vicario Giovanni Bombardieri che ha spiegato come “le indagini hanno dimostrato gli interessi della cosca di Cutro per la massoneria”.

    “La partecipazione ai tavoli di logge massoniche o associazioni di cavalieri – ha sottolineato Bombardieri – era vista dalla cosca Grande Aracri come uno strumento di incontro con persone per bene che potevano tornare utili agli interessi della stessa cosca”.

    Non c’è, però, solo la massoneria nei canali “privilegiati” che la cosca Grande Aracri aveva tentato di aprire per avvicinare personaggi eccellenti che avrebbero potuto agevolare gli interessi della consorteria di ‘ndrangheta. Alle logge si aggiungono, infatti, ambienti ecclesiastici e ordini di cavalierato e millantati rapporti persino in Corte di Cassazione. Un contesto emerso già nella prima tranche dell’operazione condotta lo scorso anno e che ora conduce direttamente a Grazia Veloce, giornalista di 72 anni residente a Pomezia, finita agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Kiterion 2” portata a termine oggi dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

    In particolare, secondo gli inquirenti, Grazia Veloce avrebbe utilizzato le proprie relazioni personali in ambienti ecclesiastici romani e in ordini di cavalierato. In questo modo, secondo l’accusa, avrebbe assicurato i rapporti dei vertici del sodalizio criminoso con questi ambienti.

    L’esempio di questi rapporti utili al clan crotonese sarebbe stato l’intervento della stessa Grazia Veloce nei confronti di prelati romani per consentire l’avvicinamento del genero del boss Nicolino Grande Aracri, Giovanni Abramo, detenuto a Sulmona per l’omicidio di Antonio Dragone. La cosca si sarebbe rivolta proprio alla professionista per agevolare il trasferimento del congiunto in un carcere calabrese.

    Dietro ai rapporti con ambienti influenti spiccano anche le figure dell’avvocato romano Benedetto Giovanni Stranieri (non colpito da questa ordinanza, ma coinvolto nella precedente inchiesta) e della sorella, anch’ella avvocato, Lucia Stranieri, per la quale il gip ha ritenuto di non dovere applicare alcuna misura restrittiva per mancanza di esigenze cautelari, pur riconoscendo il coinvolgimento nell’inchiesta.

    I due, in particolare, avrebbero provato ad intervenire sulla Corte di Cassazione che avrebbe dovuto giudicare Giovanni Abramo nel processo per l’omicidio di Antonio Dragone. Secondo il procuratore Giovanni Bombardieri, però, “non è stato individuato alcun soggetto in Cassazione con cui ci sarebbe stato un dialogo. Emergono però inquietanti intercettazioni tra gli indagati, ma non si esclude che possa essersi trattato di una millanteria”.

    (LEGGI I NOMI DELLE PERSONE FINITE IN MANETTE)

    (GUARDA IL VIDEO DEGLI ARRESTI)

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