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    Processo Marlane

    Processo Marlane: oggi la sentenza sulla ‘Fabbrica dei veleni’ di Praia a Mare (Cs)

    di Clara Varano – Cromo esavalente, vanadio, piombo, arsenico, zinco, rame, mercurio. Non è un laboratorio chimico, sono solo alcuni degli elementi ritrovati nell’area circostante la “Fabbrica dei veleni”, lo stabilimento della Marlane di Praia a Mare (CS). E’ in base a questa perizia voluta dal tribunale che per i fatti accaduti dagli anni ’70-’80 in poi, è stato chiesto il disastro ambientale. Per questo e per tutti gli altri capi di accusa, omicidio e lesioni colposi, è attesa per oggi la sentenza di primo grado del Tribunale di Paola, che è già destinata a far parlare di sé, in un modo o nell’altro.

    Il sogno dell’industrializzazione
    La Marlane era una fabbrica tessile del gruppo Mazzotto, parte in causa nel processo, che secondo il racconto dei tanti coinvolti, ha provocato la morte di più di 100 persone. Negli anni ’70 la fabbrica tessile apre a Praia a Mare, in pieno tentativo di industrializzazione della Calabria, e dà lavoro a centinaia di persone, l’intera Praia si può dire che è impiegata in fabbrica. Aperta dal conte Stefano Rivetti, negli anni viene più volte acquistata e rivenduta prima dalla Lanerossi, poi dall’Eni. Infine nel 1987 viene rilevata dal gruppo Marzotto.

    Chiusa nel 2004 per delocalizzazione dell’attività produttiva, quello della Marlane può essere definito uno dei capitoli più bui della storia industriale italiana che non si può e non si deve dimenticare.

    Processo Marlane
    Foto che ritrae gli ex operai della Marlane, tutti morti per tumore

    Le morti sospette
    A partire dal 1973, infatti, fino ad arrivare ai nostri giorni, cominciano a morire operai della fabbrica, ma non solo, si ammalano i cittadini del posto. Come mai? Inizia il sospetto che qualcosa in fabbrica non andasse. A partire dagli anni ’80 le prime morti sospette che la gente del luogo collega alla Marlane. Lì si lavorava con agenti chimici e, secondo i racconti dei “sopravvissuti” non si utilizzavano le più basilari prevenzioni per i lavoratori. Così, come si vede dalle foto, venivano maneggiati coloranti e respirate sostanze nocive, senza mascherine e senza guanti. A causa degli effluvi e dei miasmi della fabbrica, la gente muore per tumori e neoplasie varie.

    I testimoni, ancora oggi in vita, spesso mogli e figli degli ex operai, parlano di polvere nera “sputata sui fazzoletti” che proveniva verosimilmente dai polmoni. Secondo quanto raccontato dai vari testimoni, difatti, si lavorava a mani nude e a vasche aperte, non era presente nessun aspiratore ed erano state eliminate le paratie che separavano le varie fasi della lavorazione, dunque quando si lavoravano i coloranti e tutto ciò che era maggiormente inquinante, ogni singolo ambiente ne veniva impregnato.

    Arrivano le indagini
    Le prime indagini risalgono al 1996, anche se bisognerà attendere il 1999, perché si inizi ad intravedere una speranza che il processo prenda forma nelle aule di un tribunale. Tra alti e bassi, tentativi di chiusura e varie difficoltà, infatti, è il 1999 l’anno della svolta decisiva per l’inchiesta Marlane. Vengono accertate attraverso le testimonianze le pratiche della fabbrica. I racconti, specie quelli degli ex dipendenti e delle “vedove marlane”, fanno rabbrividire.

    Processo Marlane
    Processo Marlane, dibattimento al Tribunale di Paola

    A Praia a Mare, c’è, addirittura un palazzo, definito “palazzo delle vedove”, dove abitano le mogli degli operai Marlane che hanno perso la vita per tumori sopravvenuti a causa delle sostanze chimiche respirate. Alcune persone, raccontano di una legame stretto tra le istituzioni locali e il lanificio. Nel processo, infatti, è direttamente coinvolto l’ex sindaco di Praia a Mare, Carlo Lomonaco, che nel periodo a cui risalgono i fatti era responsabile del reparto tintoria e dell’impianto depurazione e smaltimento delle acque reflue. Per lui la Procura di Paola, ha chiesto 10 anni, la pena più aspra.

    Coinvolti nelle indagini nomi importanti dell’industria italiana (LEGGI QUI LE RICHIESTE DI CONDANNA DEI PM). Primo fra tutti il  conte di Valdagno Pietro Marzabotto (poi Marzotto), ex Presidente del gruppo. Carlo Lomonaco, Silvano Storer, ex amministratore delegato del gruppo, Jean De Jaegher, consigliere dell’associazione europea delle industrie tessili e presidente della Marzotto Usa dal ’95 al ’98. Lorenzo Bosetti (ex-sindaco di Valdagno e consigliere delegato e vicepresidente della Lanerossi). Vincenzo Benincasa, Salvatore Cristallino, Giuseppe Ferrari, Lamberto Priori, Ernesto Antonio Favrin, vicepresidente vicario della confindustria veneta, e Attilio Rausse.

    La testimonianza dell’ex addetto all’impianto di smaltimento della fabbrica
    Testimone chiave per tutta la vicenda è stato Vittorio Cicero, addetto all’impianto di smaltimento della fabbrica come operatore di impianto delle acque reflue per un certo periodo. Cicero, in una testimoniaza resa per iscritto, spiega, quale unico testimone, i metodi per smaltire le sostanze tossiche usate nella lavorazione tessile. Secondo quanto detto da Cicero, le acque della tintoria, del lavaggio e del fissaggio, provenienti dalla lavorazione tessile, una volta schiarite dal depuratore confluivano in un cunicolo che le faceva scaricare direttamente a mare, mentre i fanghi rimanenti venivano seppelliti nei terreni dello stabilimento.

    Le indagini ambientali
    Dopo le testimonianze che raccontano di buche coperte di rifiuti tossici, la Procura apre un altro filone di indagine relativo al disastro ambientale. Alcuni operai erano addetti, difatti, allo “smaltimento” non proprio consono delle sostanze, che avveniva ogni sabato quando la fabbrica era chiusa. Si parla di numerosi fusti contenenti sostanze nocive che venivano interrati nell’area antistante la fabbrica. Qui i periti hanno ispezionato e fatto analisi dettagliate che hanno portato alla scoperta della presenza di numerosi elementi chimici tossici, come il Cromo VI, che è velenoso e nocivo per gli esseri viventi.

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    Processo Marlane rilevamenti per perizia su agenti chimici

    Secondo la perizia i metalli pesanti, presenti in grossa quantità nella zona, essendo idrosolubili e essendo assorbiti molto rapidamente dalle piante e dai tessuti animali, si accumulano negli organismi che non sono in grado di smaltirli, da qui i processi di degenerazione tumorale. “Su tutti i campioni prelevati, sia di acque che di terreno, è stata eseguita la determinazione della concentrazione dei seguenti metalli Be, V, Crtot, Co, Ni, Cu, Zn, As, Se, Cd, Hg, Tl Pb mediante analisi Icp-Ms”, questo è quanto si legge nella perizia. “I risultati degli accertamenti – continua la perizia – dimostrano come le zone sottoposte a prelievo sono da definirsi inquinate ed alcune di esse estremamente pericolose per la salute dell’uomo e per l’ecosistema. Le sostanze chimiche rilevate sono nella maggior parte dei casi, riconducibili all’attività di un azienda operante nel settore della colorazione dei tessuti”, la Marlane. E al termine del documento la frase che maggiormente desta allarmismo è: “Il disastro ecologico che si può ipotizzare dall’analisi dei dati, richiede ulteriori indagini anche sul territorio circostante e nelle falde acquifere”.

    Legambiente

    Processo Marlane bidoni di latta inquinanti 2
    Contenitori di latta contenenti agenti inquinanti rinvenuti in area antistante la fabbrica dei Marzotto

    Già, le falde acquifere, ma non solo. I vari testimoni, hanno anche parlato di sversamento diretto in mare. Al riguardo Francesco Falcone, presidente Legambiente Calabria, ha chiaramente ribadito “la necessità di svolgere approfonditi accertamenti” per capire se lì si possa balneare oppure, come è chiaramente stabilito, no. “Quello che speriamo – ha spiegato Falcone – è che venga riconosciuto il danno ambientale così il gruppo Marzotto, sarà costretto a sanare e bonificare l’area”. Quanto alla sentenza che sarà pronunciata “ci aspettiamo che faccia prima giustizia rispetto alle persone che lì si sono ammalate e dopo sono morte. Che sia dato dal punto di vista giuridico legale, riconoscimento al fatto che lì le persone sono state sfruttate trattate male ed esposte a rischi che li hano portate alla morte”. “Non si può fare impresa – conclude Falcone – a danno dell’ambiente e delle persone, poi si chiude l’impresa e si lasciano i veleni alla nostra terra”.