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    Renato Cortese: ''A Reggio non sono garantite alcune libertà costituzionali''

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    di Giusva Branca –
    Renato Cortese ha solo 44 anni.
    Oggi dirige la Squadra Mobile di Reggio Calabria, dopo avere lavorato dal 1991 a Palermo. Sedici anni all’ombra del Monte Pellegrino, prima sulle

    volanti, poi a dirigere la “catturandi”. Un posto dove la noia non era certo di casa; Brusca, Aglieri, Vitale, Greco, Grigola sono solo alcuni dei latitanti finiti nella rete tessuta dagli uomini di Cortese prima del “colpo dei colpi”, prima del “bingo” targato Bernardo Provenzano, l’11 aprile 2006.
    Gli occhi sono veloci e profondi, scrutatori eppure aperti, ti concedono fiducia.
    Della Calabria, della quale è originario – è nato a Santa Severina, in provincia di Crotone – conserva “l’amore per questa terra, violentata dagli uomini e poco altro, visto che la mia formazione, professionale e di uomo, è targata Roma e Palermo”.

    Un sondaggio di www.strill.it ha indicato che la gente ha paura più della “mafiosità dei gesti quotidiani che della mafia”. Che significa?
    Questo sondaggio ha ben fotografato il clima che ci circonda; mafiosità può indicare tutto e niente. La mafiosità può stare anche nei comportamenti della gente che non prende posizione o, addirittura, se la prende, in qualche modo solidarizza con la mafia. Certamente, però, in alcuni ambienti la mafiosità è alimentata da clamorose inefficienze della Pubblica Amministrazione che originano pericolose corsie privilegiate…

    Ma c’è ancora spazio per la speranza vera, quella non di facciata, obbligata dai ruoli?
    Noi facciamo il massimo, ma saremmo degli stupidi se non avessimo anche obiettivi mediati che superino quelli immediati. Noi riteniamo che si possa cambiare, realmente. Se pensassi, anche solo per un attimo, che non c’è speranza farei altro, mi creda. Sono convinto che sia del tutto prevalente la gente che vuole, pretende che prevalga il bene. Ma questa gente attende da noi dei segnali forti, continui e coerenti. Arrestare i latitanti, condannarli, assicurarsi che restino effettivamente in galera per gli anni che sono stati loro comminati e procedere al sequestro dei beni accumulati in maniera illecita.

    I beni, la “roba” di verghiana memoria quanto entrano in questo discorso?
    Entrano tanto, ma non sono l’unica cosa: tante volte l’esercizio del potere mafioso è di per sè bastevole a giustificare le scelte di vita dei criminali. Il potere mafioso fine a sè stesso, intendo dire, anche se questa concezione in Calabria è meno diffusa che in Sicilia.

    Ecco, la Calabria e la Sicilia, due mondi così vicini e così lontani, anche dal punto di vista criminale
    Certo, sono due realtà assai diverse; paradossalmente la mafia è più facile da decapitare in funzione della sua strutturazione verticistica. Lo sviluppo orizzontale della ‘ndrangheta rende assai più complicato sgominarla, al pari della connotazione familistica delle cosche che consente loro di cambiare pelle velocemente. Prevedere le mosse di una cosca di ‘ndrangheta è veramente difficile ed anche le alleanze tra consorterie criminali vanno riverificate di volta in volta. Non è possibile dare nulla per scontato. Certo, una notevole disattenzione dello Stato verso la Calabria, nel momento di massimo sforzo contro la mafia siciliana, ha agevolato lo sviluppo della ‘ndrangheta

    C’è anche una notevole differenza nell’abbraccio con la politica?
    Beh, si; fin qui in Calabria non sono stati dimostrati legami stabili e duraturi, veri e propri assi. Piuttosto emergono sinergie temporali, rispetto a fatti specifici. La storia ha dimostrato che diverso è stato in Sicilia ed anche questo dipende dal fatto che nell’isola la commissione, il vertice, ha sempre deciso tutto e per tutti. Da questa parte dello Stretto non è così.

    In quali settori, nello specifico, l’attenzione dello Stato va concentrata?
    Torno sull’aspetto dei beni: la ricchezza sviluppata dalla ‘ndrangheta è qualcosa di inimmaginabile, di spropositato, eppure sul territorio resta poco o nulla.

    E allora?
    Allora da qualche parte saranno queste ricchezze, in Italia o, come ormai dimostrato, in mezzo mondo…

    Ed il territorio calabrese come vive con la ‘ndrangheta? O forse sarebbe meglio dire convive…?
    Lo ripeto: credo che ci sia tanta, tanta gente che chiede di vivere tra diritti e doveri, nel rispetto delle libertà costituzionali. Ed a Reggio, mi creda, molte libertà, basilari in qualunque Stato di diritto, non sono garantite. Fin quando chi aprirà un bar saprà che prima o dopo arriverà qualcuno che gli dirà: “Bene, da oggi siamo soci”, i diritti basilari non saranno garantiti. Ci pensi bene. Qui non siamo più di fronte alla semplice estorsione periodica; qui ci sono interi comparti dell’attività commerciale locale totalmente nelle mani della ‘ndrangheta

    Eppure questa cappa soffocante che pressa sulla città non si traduce in reazioni evidenti, come avvenuto, invece, in Sicilia
    Esattamente questo è il nodo del discorso; in questo momento storico la potenza espressa dalla ‘ndrangheta è fornita in maniera inequivocabile dai numeri, quelli relativi alla finanza ma anche quelli dei latitanti. Lei pensi, solo a mò di esempio, che tra i 30 latitanti ritenuti più pericolosi del Paese ce ne sono ben otto di Reggio!

    Ma la città dov’è?
    Alla gente, come ho detto prima, bisogna dare segnali di continuità nella discontinuità col passato. Oggi ad ogni arresto eccellente intorno alla Questura di Reggio registriamo il deserto. A Palermo era la stessa cosa; quando arrestammo Brusca, nel 1996, di quelle immagini ricorderete solo i miei uomini che festeggiavano. Esattamente dieci anni dopo era cambiato tutto; fuori dalla Questura di Palermo c’era mezza città. Volevano far festa e sbeffeggiare il boss arrestato. Ma a quel momento si arrivava dopo un lungo percorso fatto di arresti, di sequestri di beni; un cammino attraverso il quale la massa aveva capito che si poteva alzare la testa, che era possibile veramente un riscatto. Uno ad uno erano caduti tutti i falsi miti criminali fino a giungere alla cattura del boss. Quel boss era Bernardo Provenzano

    Provenzano, “iddu”. Inseguito per otto anni fino alla creazione di una squadra speciale solo per lui. Quando un obiettivo, il più importante, diventa l’obiettivo in qualche modo ti cambia la vita
    Se per otto anni, tutti i giorni, vivi con un unico pensiero, vai a letto con quello, ti svegli solo con quello, in qualche modo diventa parte della tua vita. Una specie di fantasma, del quale non si avevano tracce nè foto dal 1963. Quella mattina, in quel casolare, in un attimo ho rivisto anni di lavoro di un gruppo di 30 uomini che hanno condiviso idee, tracce ma anche emozioni, speranze, sacrifici e, come dico sempre ai miei uomini, la rabbia. La rabbia, quella giusta, canalizzata e gestita verso il massimo rendimento è necessaria per poter fare questo mestiere; un mestiere che ha il sapore della sfida e del sacrificio, della pazienza e dell’intuizione. Uno dei mestieri più belli del mondo perchè ti consente di ragionare, di verificare giorno per giorno “incastri”, legami, coincidenze apparenti. Tutto ciò, vedendomi di fronte Provenzano – e non ho dubitato nemmeno per un secondo che fosse lui – ha avuto un senso e si ripete ogni volta che chiudiamo un cerchio, che assicuriamo alla giustizia qualcuno che ne vuole sfuggire.

    Ed il futuro della lotta alla criminalità organizzata per cosa passa?
    Certamente per la piena comprensione da parte del tessuto sano della società che l’indifferenza rispetto al fenomeno è, oltre che a vantaggio del fenomeno stesso, anche impossibile perchè, prima o poi, in qualche modo ti tocca, anche se sei lontano anni-luce sul piano culturale, sociale.
    Quando a Palermo iniziarono a saltare per aria pezzi di strada più di qualchuno fin lì indifferente cominciò a chiedersi: “Beh, che sta succedendo qui
    ? Lì poteva esserci mio figlio, mia figlia…”. E’ da lì che cominciarono a cambiare le cose, ma lo ripeto, subito dopo attraverso le risposte secche, nette, congrue e continue dello Stato. Anche in Calabria sarà necessario arrivare a questo

    Ma sul piano culturale in Calabria le eredità familiari delle cosche, sotto forma di mentalità, di mafiosità pura, rischiano di essere invincibili
    C’è un dato nuovo, strettamente culturale, direi sociologico: il mondo è cambiato. Oggi non credo che le giovani leve possano accettare con tranquillità di passare una vita in galera o di vivere per 40 anni in un casolare a pane e formaggio come Provenzano accontentandosi del potere per il potere. Oggi l’aspetto consumistico incide pesantemente anche sui giovani criminali che sono abituati alla bella vita fatta spesso di lussi.
    Non penso che siano in condizione di accettare l’idea di rinunciare a tutto questo. Però il segnale che arriva dallo Stato deve essere inequivocabile: gli arrestati ed i condannati dovranno scontare la loro pena in galera, col carcere duro e la dovranno scontare tutta, senza sconti.
    Se passerà questo messaggio vedremo molti giovani leve, anche in posizione di comando, che comprenderanno che il gioco non vale la candela. Esporsi ad una vita fuori dalle regole senza nemmeno poter godere delle ricchezze prodotte non sarà accettato. Nella società moderna il concetto che dicevamo prima del potere fine a sè stesso non basta. Nel nostro piccolo io ed i miei uomini lavoriamo per questo
    .

    Già, i suoi uomini, quelli che difende sempre e comunque, più di sè stesso
    Ma non a priori, solo dopo averne verificato le capacità professionali e morali. In quel caso metterò sempre la mia faccia, il mio corpo davanti a loro.
    Quegli uomini ai quali, ad ogni compleanno di ciascuno non manca di far trovare sulla scrivania un biglietto personale di auguri firmato Renato Cortese
    “Ma queste sono cose interne nostre”, sorride un pò imbarazzato ed un pò sorpreso del fatto che, per una volta, l’interlocutore si è dimostrato buon investigatore…