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Memorie – L’alba del pianto e la notte dell’oblio: Lampedusa 2013 e Portopalo 1996. Umanità ”dimenticata a memoria”

18 Luglio 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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migranti
di Anna Foti –
289 morti in mare. Forse il mare restituirà altri corpi esanimi perché qualcuno, in quell’inferno, ha visto più angeli di

quelli i cui corpi sono riemersi dalle profondità del Mediterraneo che li ha inghiottiti. Alcuni giorni fa è successo tutto. Erano e sono di nazionalità eritrea e somala. Il responsabile pare essere già stato assicurato alla giustizia. Si tratta dell’unico responsabile ammesso al giudizio, ma non l’unico che dovrebbe essere giudicato.
C’è un’indagine della procura di Agrigento a carico del tunisino Ben Salem Khaled, 35 anni, accusato di omicidio plurimo, procurato naufragio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Al largo di Lampedusa, fiamme in mare perdono la loro innocuità; l’alba è notte fonda e preludio di visite istituzionali nazionali ed oltre, di un lutto nazionale che, dopo solo qualche giorno, tutti hanno già dimenticato. Dimenticato, rimosso come quelle vite di persone in cerca di un futuro al prezzo di una vita che non hanno più.
“Una vergogna”, ha detto papa Francesco, che l’Italia ha già vissuto nel 1996, attraversando, evidentemente, indenne il tempo, assistendo all’abdicazione delle coscienze, al fallimento della memoria di altri migranti o di noi migranti, accanto alla retorica stucchevole di chi si accorge che la dignità e la libertà sono valori universali solo nel momento in cui il livello di inciviltà non è più difendibile.
Rimane l’appello all’Europa di un’Italia di Frontiera, ma solo al suo confine lambito dal mare. Un appello cui si risponde con un piano di sicurezza e salvataggio, un rafforzamento del Frontex. Insomma si tratta di maggiori fondi a fronte di trecento morti in mare.
Rimangono le polemiche su una legge che reprime l’ingresso, dispone articolati pattugliamenti in mare e non favorisce l’accoglienza, delegata a persone straordinarie, cittadini esemplari, associazioni impegnate ed amministrazioni locali illuminate. Tutto ciò pur avendo oggi anche un ministero per l’integrazione, retto dal primo ministro di colore della storia della Repubblica Italiana, Cecile Kyenge.
Rimangono la violazione di convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto decenni orsono, la negazione del diritto costituzionalmente garantito dell’asilo politico e la lontananza dalla consapevolezza, di cui osservatori e movimenti di difesa dei diritti umani parlano da oltre dieci anni, secondo la quale i migranti che fuggono dalla guerra e dalla violenza non arrivano in Europa, attraverso la Sicilia e la Calabria, per rubare quel lavoro che neppure è riconosciuto agli italiani; essi inseguono il sogno della sopravvivenza da sanguinosi ed annosi conflitti. Fuggono dopo avere rischiato in casa propria la vita, dopo avere combattuto contro la fame, le bombe ed i mitra. Dopo tutto questo, non appare quello che realmente è, quel viaggio carico di incognite e che spesso si rivela l’ultimo viaggio, quello della morte.
Rimane lo spettro dell’impunità a fronte di uomini, donne, bambini di serie B come quelli che morirono nella notte di Natale più buia della Piccola Storia, quella più dimenticata, quella più scomoda, quella più mistificata e divorata dall’indifferenza delle autorità politiche, quella più ripudiata dall’attenzione che ormai non ha più cura della memoria. Quella pagina di storia drammatica in cui quasi trecento uomini asiatici che attraversavano il Canale di Sicilia tra il 25 e il 26 dicembre 1996, prima che, di fronte al comune di Portopalo di Capo Passero – quello più a Sud dell’Isola siciliana in provincia di Siracusa – il battello F174 affondasse inesorabilmente, rimanendo ancora oggi un relitto a 19 miglia dalla località siracusana.
Qualcuno li ha chiamati i clandestini della coscienza, quasi trecento uomini, provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka, che non sopravvissero alle acque tra l’isola di Malta e la Sicilia, al cospetto di un paese come l’Italia più volte richiamato dalle Istituzioni europee per il trattamento dei cittadini stranieri irregolari e per le procedure di rimpatrio. Uno dei tanti viaggi disperati. Il viaggio disperato finito in tragedia per 283 esseri umani. Quasi trecento vite inghiottite dal mare Mediterraneo.

Erano partiti in 450 sull’imbarcazione Yiohan, di armatore greco con ciurma siriana, con al comando il libanese Youssef El Hallal. Quella notte del 1996, durante il tragitto nel canale di Sicilia, la vecchia motonave polacca del 1964, si fermò in mezzo al mare. Da Malta arrivò dopo alcune ore il ferry boat F 174 sul quale si precipitarono trecento immigrati estenuati dall’attesa e da giorni di viaggio. Il mare era molto agitato. La nave maltese non resse il carico e, speronata dall’ammiraglia Yiohan, affondò con trecento vite a bordo. Per anni non si credette alla “strage di Natale” raccontata dai superstiti, fino al ritrovamento di una carta di identità e all’individuazione del relitto nel 2001. Poi l’appello dei quattro premi Nobel Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco, Carlo Rubbia e Dario Fo per il recupero dei corpi. Brandelli di verità strappati da un manto di indifferenza e deplorevole indolenza. Un naufragio di serie b perché a naufragare erano stati cittadini stranieri e poveri. Un naufragio tollerato e coperto dai governi. Il comandante libanese avrebbe dichiarato anni dopo di essere ripartito dal luogo dell’affondamento verso il Peloponneso a bordo della Yiohan, con oltre un centinaio di immigrati sopravvissuti, e di avere ricevuto delle coperture per giungere  poi con l’equipaggio fino in Turchia. Dopo oltre un decennio di impunità e l’assoluzione in primo grado nel processo a Siracusa, nel marzo del 2009, la Corte d’Assise di Appello di Catania condanna per omicidio volontario plurimo l’imputato, l’armatore pakistano maltese Sheik Thourab, a trenta anni di reclusione e dispone anche il risarcimento di ciascuna famiglia delle vittime. La sentenza è stata confermata dalla Cassazione alla fine del 2009. L’anno prima, nel 2008, dopo essere stato dichiarato latitante nel 2002 e dopo essere stato estradato dalla Francia nel 2003, era già stato condannato a trenta anni di carcere il capitano della nave, il libanese Youssef El Hallal.

Il Coordinamento mediterraneo dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) stima 25 mila morti nel Mediterraneo negli ultimi due decenni, duemila solo nel 2011 e 1.700 l’anno scorso. Nello specchio di questi dati, oggi sono diventate due, dunque, le grandi tragedie consumatasi nelle acque del Mediterraneo dal secondo Dopoguerra. Quella più antica è rimasta impunita fino a dodici anni dopo di Portopalo di Capo Passero e quella più recente al largo di Lampedusa, tragedia non solo annunciata ma già sperimentata. Sono stati in pochi e soli coloro che hanno creduto che una nave fantasma fosse esistita piuttosto che improvvisamente scomparsa in acque internazionali.

La strage di Lampedusa si è consumata, invece, sotto gli occhi di tutti. Impossibile negarla. Facilissimo archiviarla. E quella vergogna già non è più qui, esattamente come dopo il Natale annegato a Portopalo.

La speranza è audace perché dovrebbe negare che domani ogni cosa accadrebbe ancora esattamente come è accaduta, dovrebbe liberarci e liberare i clandestini della nostra coscienza.

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