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I sette giorni che sconvolsero la città di Reggio Calabria

9 Ottobre 2013
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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palazzosangiorgiobis
di Claudio Labate –
Un anno, 366 giorni vissuti (l’anno pure bisestile) provando a comprendere come sia stato possibile ridursi così. Senza un governo cittadino, con una classe

dirigente commissariata da processi e sentenze, con una comunità lacerata da odi e veleni, divisa in fazioni.
Il 9 ottobre del 2012 segna la data in cui Reggio riesce, suo malgrado, a scrivere il proprio nome in cima ad un altro primato, purtroppo ancora una volta negativo. La nostra città è infatti il primo capoluogo di provincia, in 150 anni di storia unitaria del Paese, ad essere sciolto per mafia. La notizia giunse al termine di una drammatica (per i reggini si intende) conferenza stampa dell’allora Ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, attesa un po’ da tutti, e vissuta con maggiore pathos, tanto dai sostenitori quanto dai detrattori, del già chiacchieratissimo ‘’Modello Reggio’’ costruito in dieci anni di sindacatura Scopelliti. Già in sofferenza a causa di due ispezioni, l’una ministeriale l’altra ordinata dalla Procura reggina, che hanno avuto il compito di fare luce sulla situazione economico finanziaria di Palazzo San Giorgio. Ancora più complicata dopo il suicidio della quarantaquattrenne dirigente del Settore Finanze, Orsola Fallara, che il 17 dicembre del 2010 decide di ingerire dell’acido per dire addio ai guai che cominciavano a susseguirsi dopo la scoperta delle consistenti quanto indebite autoliquidazioni venute a galla.
Nell’ormai famosa conferenza stampa, la Cancellieri parlò di una scelta, ancorché all’unanimità, sofferta, preventiva e non sanzionatoria, ma praticamente necessaria, a causa della “contiguità” registrata tra i rappresentanti del popolo e la criminalità organizzata. Su quella scelta pesarono, aggiunse il ministro, alcuni atti ed altrettante omissioni “che potevano salvaguardare l’attività del Comune”. In più, il ministro agitò lo spettro del dissesto, frutto di “una gravissima situazione finanziaria – disse – e di una situazione debitoria importante già oggetto dell’analisi della Procura generale della Corte dei Conti e del Ministero del tesoro”. Da quel momento le chiavi della città finirono nelle mani di un terna commissariale che gestirà il comune per diciotto mesi (prorogabili a 24). Ma in quello stesso momento il ministro assunse l’impegno di “stare accanto al Comune per risolvere i suoi problemi finanziari”. 
La notizia, quella sera, si diffuse rapidamente a Reggio. In città il clima era già teso. A Palazzo Campanella si stava riunendo il Consiglio regionale, e il Governatore Giuseppe Scopelliti trovò ancora una volta il tempo di inveire contro “i nemici della città”. Il sindaco Demi Arena, invece, era appena tornato dalla capitale. Si recò a Palazzo san Giorgio, dove la sua presenza era invocata a gran voce dai lavoratori della Gdm che avevano deciso di occupare clamorosamente l’aula consiliare del Comune. Ma Arena non fece neanche in tempo a mettere piede dentro quell’aula, che una telefonata ricevuta sulle scalinate del Palazzo lo irrigidì. L’espressione del suo viso si fece cupa, sembrò porsi nella sua testa una serie interminabile di interrogativi. Così, appresa la notizia dello scioglimento, abbandonò il Comune insieme ai suoi collaboratori. In fretta e furia. Solo 48 ore dopo (presente il governatore Giuseppe Scopelliti, la giunta e l’intera maggioranza che lo sosteneva a Palazzo san Giorgio) incontrerà la città e la stampa, difendendo a spada tratta il proprio onore e indicando nella legge che prevede lo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa non altro che uno strumento utilizzato a fini politici. In quella e in altre occasioni l’ormai ex sindaco lamentò l’assenza di strumenti idonei a contrastare la ‘ndrangheta, assumendosi anche la responsabilità personale di non aver rimosso dall’incarico alcuni personaggi chiacchierati (e citati in diverse inchieste giudiziarie) del suo esecutivo.
Poco meno di 48 ore dopo, l’ennesima bufera giudiziaria si abbattè su Palazzo San Giorgio. Questa volta a pagare pegno sono i vertici della società mista Leonia, decapitati nell’ambito di una inchiesta che colpì il clan Fontana di Archi. Un nuovo, duro, colpo al sistema delle partecipate che poco tempo prima subì lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di un’altra società chiave del Comune, la Multiservizi.
La città era (e purtroppo lo è ancora) in ginocchio. I suoi cittadini tramortiti da una spirale di eventi che non sembrava aver fine rimasero per giorni in balia della potenza dei mass media che accesero, tutti, i propri riflettori sulla vicenda e sui rappresentanti politici cittadini che continuarono, incuranti della ferita aperta al cuore della città, a litigare. Si continuò per giorni a discutere (il termine è un eufemismo) sulla salute delle casse comunali e se fosse conveniente, o meno, la dichiarazione di dissesto. 
Intanto, poco prima di mezzogiorno del 15 ottobre, sei giorni dopo la decisione dello scioglimento, arrivarono in Prefettura e si insediarono a Palazzo San Giorgio i tre commissari prefettizi: Il prefetto di Crotone Vincenzo Panico (coordinatore), il viceprefetto Giuseppe Castaldo e il dirigente dei servizi ispettivi di finanza della Ragioneria dello Stato, Dante Piazza. Quel giorno, davanti al Palazzo del Governo, si presentò anche una nutrita pattuglia di consiglieri comunali di maggioranza insieme a qualche assessore. Chiesero subito un incontro al Prefetto Piscitelli, dissero ‘’per riferire alcune comunicazioni importante’’. Ma le porte della Prefettura si chiusero. Il tempo era ormai scaduto anche per loro che già quel giorno erano diventati gli ‘’ex assessori e consiglieri di maggioranza’’.
Iniziò così l’era del Commissariamento. Mentre al sesto piano del Cedir, ad un passo dagli uffici giudiziari, la porta dell’ufficio tecnico comunale veniva forzata da ignoti. Reggio continuava a mostrare la sua parte oscura…
Era un anno fa.

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