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    A Palazzo San Giorgio in diretta la morte della politica

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    di Enzo Vitale* – Milan Kundera, nei suoi Taccuini, parla del sipario della realtà reinterpretata che nasconde la vera scena dell’umana commedia. Posto che la vita politica per la sua quasi totalità, a livelli sia centrali che periferici, non è altro che una farsa in cui

    generalmente i contendenti nell’agone politico fanno solo finta di voler farsi male, quello che noi pensiamo di vedere o interpretare è ciò che ci fa scorgere il nostro pre-giudizio, ovvero quell’insieme di memoria e storia e tradizioni e cultura che costituiscono la nostra identità personale con cui filtriamo ciò che i sensi ci trasmettono. In altri termini, noi giudichiamo attraverso tutta quella serie di pensieri predefiniti, offertici dalla nostra personale identità, che fanno sì che si osservi solo quel sipario della realtà reinterpretata di cui parla Kundera.

     

    Ciò detto, cosa c’è dietro il sipario del palco su si recita la farsa di Palazzo san Giorgio? Io non credo che le affermazioni di Giuseppe Raffa circa l’agibilità democratica delle istituzioni sottendano il riferimento a fatti penalmente rilevanti: non mi associo, quindi, al direttore di Strill Giusva Branca quando chiede al dimissionario sindaco ff di vuotare il sacco e parlare chiaro sì che, se necessario, possa intervenire la magistratura. Le espressioni in politichese cui ci hanno abituato i nostri amministratori, non solo locali, sono buone per tutte le stagioni, sono espressioni preconfezionate da usare secondo i bisogni, e generalmente hanno poca relazione con ciò che realmente si pensa o si vorrebbe dire.

     

    Anche lo scaricare tutta la responsabilità dell’accaduto sul parlamentare Foti, nemico storico di Scopelliti (almeno così la vulgata, ma in politica nulla è certo e stabile), sa di depistaggio: come se si volesse trovare una causa, diversa dalla reale, a fatti che una vera causa forse nemmeno ce l’hanno. D’altronde, la risposta di Foti, che chiama in causa a sua difesa e tutela addirittura lo storico nemico Giuseppe Scopelliti, sembra escludere che una flatulenza romana si sia trasformata in un ciclone su Reggio.

     

    Strappiamo il sipario, quindi, e scopriamo cosa c’è dietro, cosa si nasconde dietro la realtà reinterpretata. Ci appare un mondo di chiacchiere, di vuote parole, di inutili riunioni, di fastidiosi cicalecci; di mancanza di idee forti, di futili progettualità, di ricerca di un posto al sole; di assenza di senso civico, di disamore per la città, di banali interessi. Ecco cosa ci appare: la morte della politica e del senso del bene comune.

     

    Sarebbe accaduto tutto ciò ai tempi della DC e del PCI? Certamente no: non si arrivava a fare il consigliere comunale né tantomeno l’assessore se non dopo una lunga gavetta e una dura scuola di partito; non si poteva ambire a posizioni di rilievo politico se non si aveva una forte preparazione politica. Ed è questa che oggi ha drammaticamente dimostrato di non esserci: essere ottimi professionisti e/o avere un grande bacino di voti non significa essere buoni politici.

     

    Quanti dei nostri amministratori vengono da una formazione partitica? Molti di loro, che pure hanno egregiamente lavorato in questi anni ed hanno contribuito a produrre quel Modello Reggio che ci invidiano, sono scivolati in questa occasione sulla classica buccia di banana. Ora ci vorrebbe un po’ di silenzio: per ragionare, per ricomporre il puzzle, per recitare nella propria intimità il mea culpa; per poter così ripartire e salvare il salvabile.

     

    *coordinatore laboratorio politico Città Libera