
di Giusva Branca – Che luglio, ragazzi! La bussola della politica reggina è impazzita, orazi e curiazi paiono sbiadite parodie di Tom e Jerry al confronto della guerra interna al Pdl che, in nome di qualche poltrona che possa accontentare qualche singolo fino all’altroieri
senza né arte e né parte, sta mettendo in ginocchio la città , le sue speranze di crescita non garantendo, sul piano della qualità di governo cittadino offerta ai cittadini da una classe dirigente impresentabile, neppure il minimo sindacale.
Come finirà questa vergognosa pagina di storia cittadina non è dato sapere, ma una cosa è certa: in questo momento la classe politica di Palazzo San Giorgio, quella eletta nel 2007, è finita, sul piano della rappresentatività.
Poco importa se nei prossimi 19 giorni Raffa &co. dovessero fare marcia indietro (con acrobazie da circo, ma siamo pronti a tutto, ormai) e restare in sella o se, invece, il modello-Reggio dovesse finire con un commissario. Nell’un caso e nell’altro (nel secondo per tabulas, nel primo nei fatti), questo consiglio non rappresenta più niente e nessuno se non gli interessi personali di qualcuno.
E allora, proviamo a guardare avanti e però lo facciamo rovesciando il consueto protocollo. Partiamo dal basso per una volta; a individuare il principe ci penseranno, more solito, i partiti (si,si, ad esempio il Pdl da saloon e il Pd dei generali senza esercito).
Partiamo dall’Assemblea: i fatti degli ultimi giorni dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, che è necessario un robusto rinnovamento (diciamo totale tranne qualche eccezione) dell’Assemblea di Palazzo San Giorgio.
Vedete, in Italia il continuo abbassarsi dell’asticella etica che governa i processi più importanti del Paese (in primis quello politico-democratico-rappresentativo) ha determinato il monotema della presentabilità dei candidati sul piano esclusivo della fedina penale.
Certo, sarebbe già un grosso passo avanti raggiungere un accordo condiviso da tutti che porti fuori dai giochi tutti coloro i quali, a qualunque titolo, siano impelagati nelle maglie della giustizia, ma anche questo sarebbe requisito necessario e però non sufficiente.
La presentabilità delle liste (e quindi dei prossimi consiglieri comunali) passa anche da altri requisiti: si parla di presentabilità culturale, di presentabilità politica ed anche di presentabilità sociale, di tal che la poltrona non rappresenti (come accade spessissimo) l’unico salvagente, quindi da salvare ad ogni costo, per acquisire in città una dignità sociale che altrimenti, attraverso percorsi personali quasi sempre mai nemmeno avviati, sarebbe irraggiungibile.
Insomma è chiaro che un conto è essere un apprezzato professionista che si dà alla politica ed alla cui posizione sociale, però, la politica non aggiunge nulla, ben altra storia è essere un signor nessuno, in qualche caso senza studi e lavoro, al quale solo la politica può regalare visibilità e, appunto, gradini sociali da scalare. In questo caso il patto col diavolo è quasi automatico ed anche umanamente comprensibile.
La creazione di una classe dirigente di spessore che sostenga la guida eletta dal popolo è condizione imprescindibile ed i fatti hanno dimostrato che, in caso contrario, nella buona sorte è il vertice che tiene a galla la base e, invece, nella cattiva sorte, è la base che porta a fondo il vertice.
Peraltro, giova ricordarlo, qualche figura spendibile (ma sempre più relegata in ruoli secondari) la si può anche trovare all’interno di questo Consiglio miseramente naufragato con ignominia e pure in seno a quel che resta dei partiti. Però non basta, né sul piano numerico, né, tantomeno, avuto riguardo a responsabilità e autonomia loro conferite.
Un luglio così a Reggio non lo ricordavamo da decenni e, intanto, mentre la destra è diventata una tonnara, il centrosinistra è in profonda meditazione. Dal Pd non si ha nemmeno un rantolo, qualcosa che dimostri l’esistenza in vita, almeno formale di un partito che, in termini di voti rischia di rimediare una serie di schiaffoni senza precedenti, ancor più forti di quelli rimediati alle comunali del 2007 ed alle recenti regionali, figli di una dissennata politica sul territorio. Schiaffoni che potrebbero ridurlo definitivamente a ruolo di comprimario.
E però, in questo delirio l’unica mossa accettabile, obbligata nell’interesse della salvaguardia degli interessi cittadini ed anche nell’ottica di una tutela dei valori dell’intera galassia di centrosinistra che ha ancora radici tra gli elettori ma che, a loro volta, sono stati abbandonati dal Pd come cani sull’autostrada a luglio (ancora!), ha un nome e un cognome.
Massimo Canale è, ad oggi non solo l’unico nome credibile (per spessore morale e culturale e per esperienze politiche pregresse) ma, in questo luglio è l’unico nome e basta!
Eppure, mentre la Federazione della sinistra e Idv si sono già coagulati attorno al suo nome, il Pd, in profonda crisi interiore, invece di aggrapparsi a lui come un naufrago al salvagente, gioca a snobbarlo, come un nobile decaduto e squattrinato, affamato ma tronfio di sè farebbe col borghese che lo invitasse a cena.
Già in passato successe svariate volte, anche su scala nazionale: muoia Sansone e tutti i filistei è il motto che anima le scelte: o con noi (ultimamente in Calabria quasi sempre perdenti) o perdenti comunque.
Intanto i rumors danno per possibile, in caso di conferma di dimissioni di Raffa, il decreto in deroga per votare a Novembre.
E sarebbero guai per tanti; in un attimo, infatti, “luglio si vestirebbe di novembre”, per qualcuno i giochi sarebbero fatti senza che ci sia il tempo nemmeno per capirlo.




