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    Centrale a carbone di Saline: una carezza in un pugno. O viceversa.

    L’EX LIQUICHIMICA DI SALINE JONICHE VENDUTA PER DIVENIRE UNA CENTRALE A CARBONE  – 1 continua –
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    di Anna Foti
    Detto, fatto. O forse, sarebbe meglio dire, detto a cose quasi fatte!
    Trattasi di un’opera di quasi un miliardo di euro a capitale privato, che una società nata per l’occasione e discendente dalla Ratia Energia A.G. con sede in Svizzera, realizzerà in Calabria, nella provincia reggina, per produrre energia a carbone. Una centrale termoelettrica con la potenza di poco più di 1300 MGw, con raffreddamento ad acqua di mare, dovrebbe infatti sorgere nell’area della ex liquichimica di Saline Joniche.


    In assenza di intoppi durante l’iter amministrativo appena avviato nei confronti dei Ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente e dei Beni e delle Attività Culturali, della Regione Calabria, della Provincia di Reggio Calabria e dei comuni di Montebello Jonico, Motta San Giovanni, Melito Porto Salvo, Roghudi, Condofuri, San Lorenzo, Calanna e Reggio Calabria, essa sarà pronta tra due anni. La società è la SEI (Società Energia Saline composta da Ratia Energia G.A., Hera S.p.A., Foster Wheeler Italiana S.p.A., Apri Sviluppo) e il progetto in questione ha ad oggetto la combustione di carbone nota per essere, rispetto a quella  del petrolio e del gas, la maggiore fonte di produzione di CO2, ossido di azoto e zolfo e polveri, tutte sostanze altamente cancerogene e cardiotossiche, come documentato dagli studi epistemiologici richiamati da Virginio Fadda, biologo del MODA di Savona.
    Tutte emissioni altamente dannose per l’ambiente che destabilizzano gli equilibri climatici, riscaldano eccessivamente il pianeta e causano l’aumento dell’effetto serra nell’atmosfera.
    Tutti elementi che fondano l’impegno richiesto, in forza del protocollo di Kyoto, di riduzione entro il 2012 delle emissioni di gas serra da parte di diversi paesi, tra cui l’Italia.
    Nonostante il carbone oggi sia solo la terza fonte di energia non rinnovabile, dopo il petrolio e il metano, che produce il 14 % dell’energia elettrica nazionale, esso ha comunque un potenziale inquinante superiore a parità di energia prodotta.
    Eppure fioccano i progetti di nuove centrali a carbone, dato che le riserve di questo combustibile fossile sembrano oggi più durature rispetto a quelle adesso più utilizzate di petrolio e gas.
    Ciò nonostante le numerose denunce di Legambiente e di Greenpeace avente ad oggetto il potenziale oncogeno di inquinamento del suolo, delle falde acquifere, del mare e dell’aria nelle diverse fasi di movimentazione del carico e di combustione del carbone e di deposito delle sue scorie.

    Tutte argomentazioni superabili, secondo la SEI, dal momento che il carbone è economicamente vantaggioso e sicuro in termini di approvvigionamento. Talmente vantaggioso che la Ratia Energia avrebbe già rilevato il sito dell’ex liquichimica di Saline Joniche, zona in attesa di riqualificazione dove da decenni giace uno stabilimento petrolchimico mai entrato in funzione.
    Una grande occasione, per la multinazionale elvetica, di “rilancio produttivo di un’area industriale degradata”, ha dichiarato l’amministratore delegato della SEI Fabio  Bocchiola. Un’area caratterizzata da un favorevole accesso autostradale, ferroviario e portuale e in uno contesto, quale quello meridionale, sprovvisto di approvvigionamento energetico sicuro ed economico in ragione della sola presenza di un’altra centrale a carbone, nella provincia pugliese di Brindisi. Poco importa se in quell’area della Puglia ancora esistono problemi ambientali irrisolti e se quella centrale reca il tristissimo primato di centrale più sporca per l’altissimo numero di emissione di biossido di carbonio (oltre 15 milioni di tonnellate solo nel 2005).
    Anche questo non rileva.

    La multinazionale elvetica, che non può investire nel proprio paese per mancanza di condizioni morfologiche e che ha all’attivo un altro progetto in Germania, ha reso infatti concreto il proprio interesse per il sito di Saline Joniche. Pare, infatti, che esso sia stato acquistato dalla stessa ma non si sa quando e a quale prezzo.
    Non è dato conoscere i dettagli della vendita che SIPI (Saline Joniche Progetto Integrato) avrebbe stipulato con la società immobiliare della Ratia Energia e di cui nessun livello istituzionale locale, comprese Provincia e Regione che avevano avanzato progetti di rilancio turistico dell’area, è mai stato informato.
    Parrebbe che Sipi, dopo avere acquistato la Liquichimica nel 1997 corrispondendo la cifra di sette miliardi di vecchie lire per procedere all’ennesimo tentativo di avviamento industriale, l’abbia poi venduta, come riferito dall’avvocato Andrea Bordogna della SEI in occasione del giro di consultazione tra i comuni della zona.
    Comuni il cui parere non avrebbe comunque potuto intaccare in alcun modo una scelta di esclusiva prerogativa governativa.
    Nonostante le proposte alternative non accolte e i pareri contrari delle amministrazioni interessate, tra cui quello del sindaco di Montebello Jonico Loris Nisi che ha annunciato l’intenzione di ricorrere al Tar, è stato ugualmente avviato l’iter amministrativo con la richiesta, depositata solo in data 18 giugno 2008, di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) alla Commissione competente.
    Un caso, molto poco fortuito probabilmente, impone che proprio negli stessi giorni questa commissione sia stata frettolosamente sciolta dal nuovo governo per essere a breve rimpiazzata.
    La nomina dei nuovi 50 commissari (non più 60) istituzionalmente preposti a pronunciarsi in modo vincolante in merito alla sostenibilità ambientale di grandi opere come la Tav e il Ponte sullo Stretto, è stata ritenuta di urgenza analoga a quella dei rifiuti in Campania.
    Su L’Espresso di questa settimana si legge che tale azzeramento è stato disposto dal nuovo esecutivo con un articolo inserito nel decreto emergenza rifiuti in Campania e che le nuove nomine dei commissari sono già al vaglio del ministro Stefania Prestigiacomo.
    Sarà questa nuova commissione, ancora da nominare, a decidere sul futuro di svariate questioni della Calabria dall’area di Saline a quella dello Stretto di Messina, dalla possibile conversione della centrale di Rossano Calabro voluta dall’ENEL al possibile smantellamento dei siti nucleari alla cui riconversione potrebbe essere interessata l’Ansaldo, gruppo imprenditoriale a cui fa capo il polo industriale delle OMECA. Il tutto nelle mani di “pochi esperti”.

    Ma torniamo al carbone, combustibile fossile al primo posto nella futura produzione mondiale di energia (38%), seguito da gas (17%), idroelettrico (16%), nucleare (16%), petrolio (8%), energia eolica e solare (5%).
    Secondo la SEI, il carbone rappresenterà la fonte fossile principale di energia non rinnovabile dalla quale si potrà dipendere per i prossimi duecento anni. Le riserve di petrolio e di gas consentirebbero una prospettiva più ridotta, rispettivamente di 60 anni e di 40 anni. E le altri fonti di energia, quelle non rinnovabili meno inquinanti (eolica, solare, ecc…) portano il fardello di costi troppo elevati.
    Si trascura, tuttavia, che esse abbiano anche il merito, sempre più bistrattato, di salvaguardare l’ambiente e la salute, rallentando il riscaldamento del pianeta e limitando le emissioni dannose per la salute.

    Il fabbisogno energetico del nostro paese relega in una posizione di dipendenza che ha creato e crea non pochi disagi.
    Ecco perchè, secondo la SEI, è altresì necessario ricorrere alla diversificazione delle fonti attraverso la tecnica del mix energetico.
    Tuttavia l’unica soluzione è davvero solo quella di rassegnarci al carbone, limitando i danni di un impatto ambientale con sofisticate e avanguardistiche tecniche di garanzie di sicurezza e di smaltimento delle scorie, perseverando nel privilegiare la sostenibilità economica rispetto a quella ambientale ed escludendo di ricorrere ai combustibili non fossili?
    Tecniche innovative di combustione del carbone, piuttosto che ricorso a fonti rinnovabili.
    Dunque meglio investire sul fronte delle limitazione di un dannoso impatto ambientale innegabile, su cui anche il protocollo di Kyoto ha posto un accento preoccupante impegnando molti paesi, tra cui anche l’Italia e la Svizzera, a ridurre le emissioni di biossido di carbonio, piuttosto che intraprendere percorsi che tra qualche tempo, quando gli approvvigionamenti saranno finiti, quando l’effetto serra non sarà più contenibile, saranno obbligatori e ineludibili per la sopravvivenza del pianeta.
    Risulta davvero la soluzione migliore per la salute e l’ambiente puntare, come nel progetto della SEI, su una tecnologia definita Ultra super Critica a polverino di carbone che produrrebbe maggiore energia a fronte di una riduzione della quantità di combustile utilizzato e con un livello di emissione al di sotto del 50% del limite consentito dalla legge, piuttosto che preoccuparsi di quanto oncologi e medici sostengono circa l’aumento del rischio di cancro?

    La mancata indipendenza dell’Italia dal punto di vista energetico, dunque, la obbligherebbe a scegliere il carbone dal momento che, secondo la SEI, i giacimenti da cui poter attingere sono ben distribuiti (Australia, Indonesia, Cina, Stati Uniti), l’approvvigionamento flessibile e assicurato, il suo costo competitivo rispetto al petrolio e al gas e il suo trasporto più sicuro. Valutazioni che sembrerebbero ignorare uno dei requisiti posti, con riferimento alla sicurezza energetica, dalla Commissione Europea nel Libro Verde del 2006 laddove accanto alla competitività economica e alle garanzie di approvvigionamento vi sarebbe anche la sostenibilità ambientale.
    Con riferimento all’energia a carbone, questa sembra avere riscontri solo nei bilanci delle società che producono e vendono energia ma non nel protocollo di Kyoto, negli studi medici, nelle inchieste condotte da Ong. Inoltre secondo l’Energy World Group, la costante crescita di domanda di energia, causerà la diminuzione delle riserve, determinando un aumento del prezzo del carbone. Ciò farebbe crollare anche i capisaldi dell’approvvigionamento sicuro e della competitività rispetto alle altre fonti non rinnovabili e rinnovabili.

    Un quadro costellato di perplessità in uno scenario che, come sempre in Calabria, rischia di attrarre affari altrui camuffati da benefici per i calabresi. Un’area dismessa da tempo, sarebbe riqualificata e resa produttiva; si creerebbero nuovi posti di lavoro.
    Ma a quale prezzo per l’ambiente, per la salute, per il futuro?