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    Omicidio Cocò Cosimo Donato e Faustino Campilongo
    Cosimo Donato e Faustino Campilongo

    Il volto dei presunti assassini di Cocò, ucciso perché li avrebbe riconosciuti

    di Clara Varano – “Attinto dal proiettile alla regione temporo-occipitale destra … leggermente alle sue spalle…”. Un colpo di pistola, poi le fiamme per cancellare ogni traccia. Un omicidio efferato, triplice e con le medesime modalità per tutti. Solo che tra questi tutti c’era un bambino di soli 3 anni ignaro di ogni malvagità, ignaro della vita. Non hanno esitato “Topo”, Cosimo Donato, e “Panzetta” , Faustino Campilongo, a premere o far premere il grilletto anche alle spalle del piccolo Cocò, che li conosceva bene perché suo zio, Giuseppe Junior, era fidanzato con la figlia di Donato. Sarebbe questo, dunque, per Cocò, il movente dell’omicidio: “Poteva riconoscerli”. “Sì, il piccolino li riconosceva ad occhi chiusi … vai tranquillo”.

    Un bambino di 3 anni che giocava sempre e che probabilmente non avrà nemmeno realizzato che quella pistola non era un giocattolo, ma che gli avrebbe bruscamente impedito di crescere in una frazione di secondo, poteva riconoscerli. Nicola, Cocò Campolongo ha pagato con il prezzo più alto il fatto di essere nato in un ambiente in cui perverse relazioni personali si sovrappongono a brutali interessi di cosche di ‘ndrangheta che non esitano a spazzare via chi si frappone ai propri interessi, anche se è solo un bambino.

    Donato e Campilongo, però, ne sono convinti gli inquirenti, non sarebbero stati soli e avrebbero attirato Giuseppe Iannicelli, il nonno di Cocò, in un luogo isolato, dove poi qualcun altro avrbbe partecipato all’omicidio. Dietro al delitto, chiara fin dal principio, l’ombra della ‘ndrangheta e del clan degli Zingari, che a Cosenza e provincia, gestisce il traffico e lo spaccio di droga.

    Iannicelli, infatti, dopo essere uscito di galera spacciava nel territorio di Cassano la droga autonomamente rifornendosi da alcuni albanesi e Donato e Campilongo, erano parte del suo “entourage” criminale. Spacciare per gli Zingari, nonostante gli fosse stato intimato dalla stessa cosca nel corso di un incontro avvenuto nella base operativa del clan, “Timpone Rosso”, però, a Iannicelli non era più sufficiente e stava cercando di ritagliarsi un proprio spazio “sgarrando” perché “aveva tutta la famiglia in carcere da mantenere e non avrebbe guadagnato a sufficienza acquistando lo stupefacente dagli Zingari”. Solo dopo, un accordo tra Iannicelli e la cosca aveva dato al nonno di Cocò una sorta di dominio territoriale nella zona di Cassano, ma neanche questo era stato sufficiente. Sgarro che, aggiunto ad alcune dichiarazioni di Iannicelli durante un processo contro il clan degli Abbruzzese, è costato la vita a lui, al piccolo Cocò ed alla sua compagna marocchina Touss Ibtissam Touss, morti proprio perché Iannicelli pensava che in loro presenza nessuno avrebbe osato toccarlo: “Si accompagnava – si legge nell’ordinanza – alla marocchina e a Cocò perché era convinto che in loro presenza nessuno gli avrebbe potuto fare del male”. Grosso errore di valutazione che si è trasformato in una carneficina.

    La sera dell’omicidio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, chi ha visto “Topo” e “Panzetta”, non ha potuto far a meno di notare le mani nere, unte e l’odore di benzina che emanavano. E inoltre i due raccontano di essere passati accanto proprio al campo dove è stata ritrovata poi l’auto in cui erano stati bruciati i corpi delle 3 vittime, senza notare né l’auto, né il fumo o l’odore di carne bruciata che si sentiva a distanza di chilometri. Una bugia svelata dai loro stessi atteggiamenti qualche giorno più tardi quando alle domande sul come fosse possibile non aver notato l’auto pur essendo passati nei pressi del campo “Fiego”, mentendo “sudavano … sebbene facesse freddo”.

    I due, inoltre, secondo il racconto di alcuni testimoni, spesso discutevano con lo stesso Iannicelli perché non “erano puntuali nel corrispondergli i proventi dello spaccio” e che stavano cercando di scavalcarlo “prenderndosi Lungro e Firmo”, come piazza di spaccio autonoma. Cosa che, sempre secondo quanto si legge nell’ordinanza, è poi avvenuta dopo la morte di Iannicelli e un incontro “segreto” tra Donato, Panzetta e gli zingari sempre a Timpone Rosso.

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