Il triplice omicidio di Cassano, nel quale, il 16 gennaio del 2014, perse la vita il piccolo Cocò Campolongo, aveva scosso tutta l’opinione pubblica nazionale ed internazionale. La morte così crudele di un bimbo innocente di soli tre anni, aveva creato grande sconcerto. Il bimbo, assieme al nonno e alla compagna di quest’ultimo, fu prima ucciso con diversi colpi di pistola e poi bruciato. I Corpi furono trovati carbonizzati all’interno dell’auto del nonno. Oggi lo sconcerto e il raccapriccio aumentano in maniera esponenziale, in virtù del fatto che i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno accertato quanto ipotizzato in precedenza e cioè che il nonno portava sempre con sé il piccolo Cocò per dissuadere i suoi nemici dal compiere agguati nei suoi confronti, usandolo dunque come scudo protettivo.
Un piccolino di tre anni, dunque, che aveva solo la colpa di essere nato nella famiglia sbagliata. A soli due anni aveva già assaggiato la vita del carcere nel penitenziario di Castrovillari, dove arrivò assieme alla madre, Antonia Maria Iannicelli, arrestata per droga. Nel corso di quella detenzione ha dovuto assistere con lei, nell’ aula bunker del penitenziario del Pollino, all’udienza del processo antimafia che la vede imputata in qualità di appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Quando fu arrestata, la prima volta, poiché madre di tre figli, ottenne subito gli arresti domiciliari. Ma, avendo violato le restrizioni imposte dalla misura cautelare, tornò in carcere, stavolta senza Cocò, che fu affidato al nonno, Giuseppe Iannicelli. Oggi sappiamo che questa scelta lo ha portato ad una morte tragica.





