di Clara Varano – Terrorismo islamico in Calabria. Se n’è parlato, se n’è straparlato, si è addirittura indagato con tanto di processo, ma tutto si è ridotto in una bolla di sapone. Eppure la febbre da Isis sale e la possibilità che nelle città calabresi si possa annidare qualche cellula, anche solo di reclutamento, di Al Qaeda o del Califfo nero dello stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, spaventa. Timori infondati oppure no? Quel che è certo è che dopo gli attentati, a Parigi e Copenaghen, e dopo le numerose scene trasmesse su Youtube ed in Tv dei miliziani qaedisti che giustiziano i “traditori”, il livello di attenzione è salito specie in Italia, dove ha sede Roma, più volte minacciata.
La Calabria è finita nella black list antiterrorismo del Governo, stilata nei mesi scorsi dopo la strage di Charlie Hebdo. A dire il vero ci è finita la moschea di Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, “un luogo – dice chi la frequenta – aperto solo il venerdì, dato in prestito dalla comunità di Sellia per ospitalità verso chi professa quella fede e che è grande quanto un garage”. Proprio lì, per il Ministero dell’Interno si nasconderebbe il pericolo terrorismo. Dopo la “moschea” di Sellia c’è stata l’espulsione di un tunisino, Dridi Sabri, 44 anni, detenuto nel carcere di Rossano, in provincia di Cosenza, finito nell’elenco dei 9 stranieri espulsi dall’Italia perché accusati di terrorismo.
Oggi, questa nostizia e quella della moschea assumono una rilevanza diversa, visto che la Procura della Repubblica di Catanzaro ha deciso di sequestrare di nuovo, dopo il dissequestro deciso dal tribunale della libertà, una serie di documenti ed oggetti di proprietà di tre stranieri di nazionalità marocchina, appartenenti alla comunità islamica di Sellia Marina, indagati per associazione con finalità di terrorismo.
Il sostituto procuratore della Repubblica, Debora Rizzo, ha deciso il nuovo sequestro per consentire ulteriori indagini e per completare gli accertamenti della polizia postale su computer e tablet. Per questo ha affidato agli agenti della Digos di Catanzaro l’esecuzione del nuovo provvedimento di sequestro. “Sul materiale informatico – sostiene il magistrato nel provvedimento di sequestro – trattandosi di possibile corpo di reato o di cose pertinenti al reato devono essere necessariamente eseguiti accertamenti tecnici ritenuti indispensabili al fine della prosecuzione delle indagini, presso il Compartimento di Polizia Postale di Reggio Calabria, nello specifico estrapolazione ed analisi di dati utili alle investigazioni”. Gli oggetti sottoposti a sequestro comprendono anche alcune sim card, libri e documenti, alcuni in lingua araba. L’ipotesi degli inquirenti è che il contenuto del materiale sequestrato possa riferirsi ad attività di proselitismo o divulgazione di ideologie finalizzate all’arruolamento ad organismi di natura terroristica, anche internazionale. I giudici del riesame avevano dissequestrato gli oggetti sostenendo che “la notitia criminis, appresa da fonti confidenziali, non ha trovato riscontro nell’esito della perquisizione”.
E mentre si pensa ad accordi tra ‘ndrangheta e terrorismo islamico, a sentire loro, i protagonisti della vicenda, “è impossibile si creda questo della nostra comunità” che vive lì da anni ed “è perfettamente integrata”, la Procura, però, vuole vederci chiaro e andare fino in fondo.






