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La Moschea di Sellia segnalata dai servizi segreti “Alimenta l’estremismo islamico”

13 Gennaio 2015
in Catanzaro, CITTA
Tempo di lettura: 2 minuti
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moschea

di Giuseppe Baldessarro – C’è anche la moschea di Sellia Marina in provincia di Catanzaro tra le moschee che secondo i servizi segreti italiani vanno controllate. Lo rivela una analisi riservata per il Governo, il Parlamento e il Copasir resa nota da Repubblica, che ne da conto in un servizio nel quale si fa il punto sulla situazione italiana alla luce degli attacchi terroristici dei giorni scorsi a Parigi. In questo senso, l’intelligence ritiene che alcuni centri di culto alimentano l’islam radicale. Tra queste proprio alcune moschee di orientamento salafita. Da qui l’elenco dei “luoghi” da tenere sotto stretta osservazione come l’Istituto Culturale Islamico di Milano, con il circuito legato all’ex scuola coranica di via Quaranta, alla moschea di via Giusti a Varese, alla moschea di via Domenico Pino a Como, di Ponte delle Alpi di Belluno, di El Huda di Roma, di Piazza Larga di Napoli, e – appunto – la moschea di Sellia Marina di Catanzaro. Centri di culto noti e formalmente riconosciuti ma ai margini dei quali, dicono i servizi segreti, esistono nicchie di oltranzismo ideologico-religioso sensibili alla propaganda dell’Is.
La moschea di Sellia Marina, era già finita nel vortice di un’inchiesta giudiziaria poi conclusasi con una serie di assoluzioni. Nel 2011 infatti la Digos aveva arrestato Brahim Garouan, assieme al padre Mohammed Garouan e a Younes Dahhaki. I tre, tutti magrebini, erano tenuti d’occhio da tempo per una segnalazione dei servizi segreti e dopo una serie di indagini erano scattate le manette con l’accusa di essere addestratori di terroristi islamici. Secondo la Procura di Catanzaro, i tre erano protagonisti di attività portate avanti, da Mohammed Garouan, imam di Sellia Marina, dove esiste una delle moschee più importanti della regione. Digos e polizia postale per ben tre anni li avevano controllati, fino a scoprire una vera e propria attività di addestramento messa in piedi a Sellia. Addestratori, si era detto, con tanto di video per spiegare dettagliatamente le tecniche per diventare un cecchino, per realizzare una cintura esplosiva per azioni kamikaze e preparare ordigni capaci di far saltare anche i mezzi militari. Durante le perquisizioni erano poi saltati fuori video tratti dal web e 300 dvd nuovi che secondo l’accusa dovevano essere utilizzati per copiarci le istruzioni da distribuire ai potenziali adepti.
Una poi tesi franata in Cassazione, dove gli avvocati Vittorio Platì, Enzo Galeota, Maria Chiara Paone e Francesco Iacopino erano riusciti a strappare la scarcerazione dei tre sostenendo che il terrorismo virtuale non esiste. Ed infatti anche la Suprema Corte aveva sancito che «il terrorismo virtuale, fatto di manuali e corsi di formazione, finalizzati a formare il perfetto terrorista, capace di puntare e colpire l’obiettivo da infallibile cecchino, così come di preparare e utilizzare l’esplosivo, non è reato». Insomma i magistrati avevano preso atto che «nessun elemento consentiva di poter asserire, se non surrettiziamente, che i tre indagati avessero realizzato una scuola di preparazione ed esercitazione per il compimento di azioni terroristiche». Per i giudici erano solo dei teorici e in quanto tali non punibili. Motivazioni sufficienti non solo a portare i tre fuori dal carcere, ma anche a convincere la Procura a desistere e a chiedere l’archiviazione, poi accolta dal Gip Giannina Mastroianni.
Nel frattempo era però successo dell’altro. Ossia che i tre indagati dell’epoca dovevano essere risarciti per l’ingiusta detenzione, ma soprattutto che uno dei tre, e cioè Brahim Garouan, si era recato in Siria per combattere tra le fila degli estremisti islamici, dove sarebbe morto proprio durante il conflitto.

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