di Stefano Perri – Costituivano la rete di protezione durante la latitanza di Giovanni Tegano e curavano gli interessi della cosca anche dopo l’arresto dello storico boss di Archi avvenuto il 26 aprile 2010.
E’ con queste accuse che sono stati fermati questa notte 25 soggetti (QUI I NOMI E LE IMMAGINI DEI SOGGETTI FERMATI), presunti affiliati alla cosca Tegano, nell’operazione condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo di Roma con il concorso di pattuglie automontate del Reparto Prevenzione Crimine “Calabria” di Siderno e del V Reparto Volo di Reggio Calabria, che hanno eseguito il provvedimento di fermo.
In particolare le indagini, che prendono il via proprio dall’ordine di custodia cautelare nei confronti del boss di Archi, allora latitante, hanno consentito di ricostruire la fitta rete di soggetti appartenenti all’organizzazione criminale, in stretto sodalizio con la cosca dei De Stefano, finalizzata a proteggere gli spostamenti del boss e a curarne gli interessi anche dopo il suo arresto.
Nel mirino degli investigatori i più stretti familiari di Tegano. Proprio attraverso le intercettazioni telefoniche ed ambientali dei colloqui dei parenti più stretti del boss, gli uomini della Mobile reggina sono riusciti a ricostruire il quadro criminale e i ruoli di tutti i presunti affiliati che operavano secondo le direttive dei quattro generi di Tegano.
IL BANCO DEI MELONI – Punto d’incontro per le direttive era il banco dei meloni a Pentimele, proprio all’interno dello storico quartiere di Archi, vero e proprio cuore pulsante degli interessi della cosca. I capi del clan si incontravano per discutere proprio all’interno della cella frigorifera del negozio, gestito da Carmine Polimeni e dai suoi fratelli, insieme ai cugini Paolo, Domenico, Marco e Segio Malara (LEGGI QUI NOTIZIA SCARCERAZIONE), figli di Giovanni Malara, conosciuto negli ambienti criminali come ”u ragiuneri”, che si prodigavano per fare favorire il buon esito degli appuntamenti, custodendo anche i telefoni cellulari per evitare possibili intercettazioni e distribuendo ”imbasciate” e ”pizzini”.
I NUOVI VERTICI DELLA COSCA – A capo della consorteria criminale c’erano i quattro generi del boss Giovanni Tegano (Antonio Lavilla, Edomondo Branca, Michele Crudo e Carmine Polimeni) di concerto con il cugino Giovanni Pellicano. A collaborare direttamente agli interessi criminali del gruppo c’era anche Francesco Caponera, alias ”u niuru”, genero di Carmelo Barbaro, esponente di spicco della cosca Tegano – De Stefano, già detenuto in regime di 41 bis. Proprio Caponera era divenuto il centro decisionale della cosca, longa manus del suocero detenuto, gestendo i numerosi canali di approvvigionamento economico nel clan durante il periodo di detenzione dei boss.
IL TERMINALE OPERATIVO – Al servizio del clan era anche Eugenio Tiara, terminale operativo e decisionale della cosca nella gestione di diversi esercizi commerciali disseminati sul territorio reggino. Su di lui gli investigatori sono riusciti ad accertare le frequenti ”imbasciate” nei confronti degli altri sodali del gruppo, in particolare destinate a Michele Crudo, attraverso Domenico Polimeni e Domenico Malara.
Quest’ultimo gestiva la contabilità di due ditte, la “Azienda agricola allevamento S. Antonio di Polimeni Maria” e “Commercio bestiame di Giovanni Pellicano”, che i sodali utilizzavano anche come copertura per i frequenti contatti e per lo scambio di documenti e pizzini da far giungere ai consociati. Entrambe le ditte facevano capo a Giovanni Pellicano.
L’INSOSPETTABILE – Tra i fermati anche il fratello di quest’ultimo, Francesco Pellicano, noto biologo e Primario del Reparto di Analisi dell’Ospedale di Polistena, lo stesso all’interno del quale era stato catturato in stato di ricovero, nel giugno del 2009, il pericoloso latitante del mandamento ionico Antonio Pelle, detto ”Gambazza”. La ricostruzione degli inquirenti ha accertato come Pellicano sfruttasse le sue funzioni e la collocazione sociale proprio per favorire gli interessi del clan, soprattutto nell’ambito della mediazione con le altre ‘ndrine della provincia.
I RAPPORTI CON LA POLITICA – Sempre ai due fratelli Pellicano era affidato inoltre il ruolo di interlocuzione con la politica. In particolare l’interesse della cosca era indirizzato al condizionamento delle elezioni regionali calabresi del 2010 (QUI TUTTI I DETTAGLI). Secondo gli investigatori non è un caso infatti se nel covo del latitante Giovanni Tegano a Terreti erano presenti volantini elettorali del candidato Nino De Gaetano, poi eletto consigliere regionale. La ricostruzione degli inquirenti ha infatti documentato l’interesse del Primario Francesco Pellicano alla ricerca del consenso elettorale per il noto politico reggino.
IL BRACCIO ARMATO – Veri e propri bracci operativi del clan erano invece Stefano Costantino, cognato del pruripregiudicato Paolo Polimeni alias ”Lucifero” e Vincenzino Zappia, già condannato per associazione mafiosa nel processo ”Olimpia” e conosciuto come il killer delle cosche De Stefano e Tegano, scampato alla morte più volte nel corso della seconda guerra di mafia, alla quale aveva preso parte nelle file dei destefaniani, costituendo un gruppo di fuoco, entrato in conflitto sia con le forze dell’ordine che con i componenti delle altre cosche. Zappia era spesso presente ai colloqui dei vertici del clan, spesso accompagnato da Andrea Giungo, altro soggetto di spessore della cosca, il cui ruolo, come quello di Zappia, è stato ricostruito anche grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Villani, Moio, Francapane e Fiume.
IL MERCATONE DELLA FRUTTA – L’altro luogo di ritrovo dei sodali era il Mercatone della Frutta 2, sempre nel quartiere di Archi in via Vecchia Provinciale Pentimele. L’attività commerciale era gestita da Domenico Polimeni, fratello di Paolo Polimeni ”Lucifero” e sposato con Rosa Saraceno.
IL TRASFERIMENTO DEL BOSS – Circostanza particolare ricostruita grazie alle riprese degli uomini della Squadra Mobile reggina è stata il trasferimento di Giovanni Tegano dall’abitazione dei Richichi, in via Traversa Plutino, e l’ultimo covo di Terreti. In quell’occasione Giancarlo Siciliano, dopo essere giunto alla guida della sua Fiat Panda di fronte all’abitazione, entrava nello stabile. Subito dopo le donne del clan, Giuseppina Richichi insieme alla figlia Silvana Marra, portavano delle buste all’interno del bagagliaio e subito dopo appariva il boss, Giovanni Tegano, con una coppola in testa, pronto a partire alla volta di Terreti, dove poi sarebbe stato catturato qualche giorno più tardi durante l’irruzione degli uomini della mobile.
LA CATTURA – Il 26 aprile del 2010 scatta l’operazione. All’ingresso nell’abitazione in contrada Terreti gli uomini della Mobile trovano in cucina proprio Giancarlo Siciliano, con Antonino e Giuseppe Morabito, insieme alla moglie Giuseppa Serafino e alla figlia Fortunata Morabito. Nella stanza adiacente, adibita a soggiorno, vengono invece sorpresi Carmine Polimeni e il boss latitante Giovanni Tegano, che portava con sé un borsello con una pistola Beretta, con matricola punzonata e pronta all’uso con il colpo in canna. Finisce così la latitanza di uno degli storici boss del mandamento reggino, sul quale, con l’operazione odierna, si è definitivamente stretta la rete delle forze di polizia.





