
Il clan dei Valle ha costruito il suo impero in Lombardia, ma con la Calabria non ha mai tagliato i ponti. I contatti con la “mamma” non sono mai stati recisi ed anche affari e amici sono sempre quelli che spalmano la propria attività tra la città dello Stretto e Milano.
Come i Lo Giudice, che dei Valle sono lontani parenti e che la cosca proteggerà nei primi anni ’90, dopo l’omicidio dell’allora capobastone Giuseppe Lo Giudice, padre degli attuali collaboratori di giustizia Luciano e Nino. È proprio quest’ultimo a raccontare al procuratore di Landro i rapporti fra le due famiglie. Ai Lo Giudice, i Valle hanno offerto ospitalità, coperture e affari. Ed è con cognizione di causa che il collaboratore parla della struttura, degli affari e della pericolosità dei Valle e dei Lampada che con loro sono, dall’inizio degli anni 90, un tutt’uno. “Io so che i fratelli Lampada sono affiliati alla ndrangheta, in particolare alla famiglia Condello, con i quali hanno rapporti d’affari legati ai video poker, a Reggio Calabria come pure in Lombardia”
Del resto, quando Lo Giudice chiede aiuto ai cugini, i Valle hanno ormai messo solide radici in Lombardia. Nell’ex capitale morale d’Italia, o meglio in Lomellina che da Milano dista poche decine di chilometri, i Valle originari di Archi ci sono arrivati all’inizio degli anni Ottanta. “La forza di questa famiglia”, scriveva la Mobile in un’annotazione del febbraio 2010 “consiste nella sua struttura monolitica che le ha permesso di sopravvivere ai ripetuti assalti: l’esodo a Vigevano iniziato nel 1980 da Francesco Valle e terminato con la venuta di Decembrini ha ricreato in questa città, seppur parzialmente decimato, quel gruppo che ha scritto un capitolo violento nella storia della mafia reggina”. All’epoca, don Ciccio Valle, il capostipite della famiglia deve scappare dalla sanguinosa faida con la cosca Geria-Rodà. Ma soprattutto ha intenzione di fare affari. E nella Milano da bere e nella sua provincia, gli affari sono quelli a sei e nove zeri. La famiglia cresce in fretta, guadagna miliardi con le estorsioni e l’usura, anche grazie all’appoggio logistico e criminale del clan Cotroneo, originaria di S. Roberto e che nel pavese aveva messo radici già dalla fine degli anni ’60. Poi Valle è un cognome che fa paura a tutte le latitudini. Secondo i giudici “esercitano una carica intimidatoria continuativa, incontrastata e risalente negli anni; inducono una situazione di omertà generalizzata, tale da impedire l’emersione e l’accertamento di gravi episodi di estorsione e usura; esercitano un capillare controllo del territorio, potendo contare su simpatizzanti pronti a segnalare presenze estranee”. Si sono radicati bene, i Valle. Nella zona sono temuti e impongono la propria legge con pugno di ferro. Nonostante le operazioni di Procura e Dda ne abbiano nel tempo attaccato i capitali e assottigliato le fila, la loro capacità di intimidazione e di controllo del territorio sembra rimanere intatta. “ Vedete?” dice Francesco Valle a una delle sue vittime, ascoltato dagli uomini del Ros in un’intercettazione riportata nell’occ firmata dai magistrati della Dda milanese Alessandra Dolci e Paolo Storari, “questa è la mia famiglia, siamo tutti cugini e quello vestito in bianco, che ha il vostro assegno ha già quattro omicidi sulle spalle e vive libero e tranquillo perché la giustizia ce la facciamo noi, noi non conosciamo né avvocati né poliziotti”. Del resto, ammettono gli stessi giudici nelle carte dell’inchiesta che ha portato in carcere Giulio Lampada, Francesco Valle e Giuseppe Ferminio, le nuove leve della famiglia, i Valle potevano – e forse possono ancora – contare su “comportamenti tragicamente omertosi, reti di relazioni – dal bancario, al pubblico ufficiale, al personale sanitario, al politico, all’imprenditore – che permettevano di moltiplicare la forza di penetrazione e imposizione del sodalizio criminale”.
Una capacità di intimidazione tale che nonostante Fortunato Valle – interrogato dai magistrati – avesse ammesso di aver usurato alcuni soggetti, questi avrebbero negato assolutamente di aver ricevuto qualche genere di minaccia da parte degli inquirenti. Come ammetterà di fronte ai giudici l’ex direttore dell’Asl di Pavia Carlo Alberto Chiriaco, oggi in carcere per 416 bis, “ fra i Valle e la magistratura, preferisco avere dietro le spalle la magistratura; è chiaro che ad un certo punto preferivo avere i Valle dietro le spalle”.
E con il capitale accumulato a suon di estorsioni, usura, intimidazioni e favori è con tutte le carte in regola che la famiglia Valle arriva – negli anni 2000 – a mettere le mani anche sulla fetta di torta più grossa che la Milano deindustrializzata possa dare: l’Expo 2015. Il Comune di Pero aveva concesso ai Valle le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Un progetto passato grazie all’intercessione dell’assessore comunale di Pero, Davide Valia.
Un affare che condividono con i Lampada, altra famiglia di ndrangheta diventata tutt’uno con i Valle a suon di comparati e matrimoni. Una tradizione quasi feudale che si ripete identica di generazione in generazione. Nel 91, il figlio di Don Ciccio Valle, Leonardo ha sposato Maria Concetta Lampada, suggellando l’inizio del sodalizio fra le due famiglie. Quindici anni dopo, il 15 luglio 2006, i Lampada – Valle stringono ulteriormente i vincoli che li legano mandando in sposa al giovane Francesco Lampada, l’ultimogenita e già pluripregiudicata Maria Valle. Una cerimonia a cui – racconterà Giulio Lampada all’avvocato Minasi, oggi in manette per ordine della Dda ma all’epoca semplicemente ascoltato dagli uomini della Mobile- “hanno partecipato elementi del gotha della ndrangheta reggina”. A fare gli auguri agli sposi ci sono gli Strangio, i Condello, i Papalia e Paolo Martino, il braccio finanziario dei De Stefano a Milano. Del resto è un matrimonio importante, le cui conseguenze vanno ben oltre Milano.
Minasi Vincenzo: allora cominciamo … il matrimonio di Francesco… il matrimonio di Francesco è sintomodella mafiosità delle due famiglie perché da un lato abbiamo i Lampada che sono espressione dei Condello, dall’altra i Valle che sono espressione dei De stefano… e che .. De Stefano .. eccetera eccetera… e che attraverso la celebrazione dei matrimoni ricalcano il loro credo.. giudizio
Lampada Giulio: mentre i Valle però sono stati con deferimenti penali addosso
Minasi Vincenzo: fa..fa.. fa… fammi finire
Lamapada Giulio : e l’hanno già dimostrato se la..
Minasi Vincenzo: fammi finire.. attraverso questo matrimonio si è voluto creare o almeno rinsaldare il rapporto che in realtà era acclarato attraverso lo sposalizion di Leonardo Valle con Maria Concetta Lampada.. quindi non è la prima volta che le due famiglie sentonono la necessità di unirsi..
Del resto, il matrimonio fra le due famiglie è già benedetto dalla comunanza di affari. Dagli anni 90, sono parenti e soci in affari. Insieme dominano il settore dei videopoker, delle lotterie e del gioco illegale. Prima che l’operazione di oggi scattasse, erano pronti, per intercessione del consigliere regionale pidiellino Morelli – che in tre delle società dei Valle figurava come socio – a diventare concessionari di monopoli su base nazionale.
Ed insieme, i Valle e i Lampada tentano la scalata alla politica. Nel 2009, il giovane rampollo di famiglia Leonardo Valle tenta l’ingresso si candida alle comunali di Cologno Monzese con i Riformisti. A sostenerlo vengono convocati al ristorante La Masseria, vera centrale operativa della cosca, tutti i capobastone di Milano e hinterland. Anche perché Leonardo non è solo il candidato dei Valle, ma quello di tutta la ndrangheta Lombarda. Nella zona sfilano a uno a uno, sotto gli occhi degli inquirenti oltre alla plancia di comando del clan Valle Lampad
a, Cosimo Barranca, capo della locale di Milano, insieme al fratello Armando, Pietro Francesco Panetta, capo del locale di Cormano, il suo vice, Cosimo Mignoli e Domenico Lauro, che sempre della ndrina di Cormano è un pezzo da novanta; Bruno Longo, capo del locale di Corsico e il suo braccio destro, Pasquale Zappia, Saverio Zinghini Domenico Lentini del locale di Bresso. Ma insieme a loro c’è anche chi con la ndrangheta lombarda non dovrebbe avere nulla a che fare. A quel summit partecipano anche i notabili reggini che la cosca ha a libro paga e cui finanzia i regolari soggiorni all’hotel Brun. In quell’albergo, quel 23 maggio 2009, alloggiano a spese della cosca il consigliere comunale Giuseppe Alati, l’avvocato Mario Giglio e Andrea Morabito. Anche loro saranno chiamati a più riprese ad attivare i propri contatti per spianare la strada al candidato dei clan. L’ennesima prova che quello che succede su, interessa a tutti anche giù. E che fra le due articolazioni non c’ è distinzione.
Ma il progetto non va in porto. Un articolo scomodo pubblicato da un giornale nazionale manderà in fumo – come commenterà ilare lo stesso Valle con il giudice Giusti – i progetti del clan. “Ma” – si legge nell’ordinanza – “ quando l’organizzazione tenterà di penetrare il tessuto politico istituzionale avvicinando personaggi già eletti e – sulla carta – non mafiosi, le resistenze del sistema sarnno pressochè nulle. Come si vedrà, i Lampada coltivano i proficui rapporti con un numero drammaticamente elevato di uomini pubblici”.




