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    Trivelle: tra Taranto e Reggio concessioni per 14mila kmq: la Campania in mare

    Tecnicamente quali son i rischi che i nostri mari e noi corriamo con le trivellazioni e perché? Lo abbiamo chiesto, in vista del Referndum di domenica 17 aprile, al direttore regionale di Legambiente, Luigi Sabatini che, oltre a spiegare gli effetti prodotti dalle trivellazioni nei nostri mari sottolinea quali sarebbero le conseguenze di un incidente.

    “I danni possono essere causati dalla ricerca e dalla estrazione. La ricerca in Italia può essere effettuata tramite la tecnica dell’Airgun, illegale in molte nazioni (compresa l’America). Nel codice dei reati ambientali era previsto come reato usare l’Airgun, poi in fase di approvazione della Legge è sparito l’articolo.
    Ci sono studi infatti che dimostrano come gli effetti si ripercuotano anche a diverse miglia dalla sorgente, inducendo i cetacei a modificare il loro comportamento. Infine c’è l’interazione di tali attività con la pesca. Sull’impatto che queste attività possono avere in uno studio del Norvegian Institute of Marine Research si riporta che si può registrare una diminuzione del pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun.
    Il secondo pericolo è dovuto alla tecnica di estrazione e dalla presenza delle trivelle, che in caso di incidente provocherebbero danni ingenti, considerato che quelle sono installate nei mari Adriatico e Jonio, ovvero in bacini chiusi, che hanno una piccola capacità di rigenerarsi.
    In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e l’intervento umano è pressoché inutile, come dimostra l’incidente avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon che ha provocato il più grave inquinamento da petrolio mai registrato nelle acque degli Stati Uniti.
    Il “Piano di pronto intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze nocive causati da incidenti marini” approvato con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri il 04 Novembre 2010, all’allegato 3 (Tecniche utilizzabili nella lotta all’inquinamento marino da idrocarburi), relativamente all’utilizzo di tecniche di rimozione meccanica e materiali inerti assorbenti e inaffondabili, o prodotti chimici che producono la gelificazione dell’idrocarburo, in totale divergenza con quanto dichiarato dagli esperti del settore petrolifero, riporta la seguente considerazione: ‘In ogni caso le varie tecniche di rimozione, pur combinate tra loro e nelle condizioni ideali di luce e di mare, consentono di recuperare al massimo non più del 30% dell’idrocarburo sversato. Tale percentuale tende rapidamente a zero con il peggioramento delle condizioni meteo-marine. Impossibile operare la rimozione in assenza di luce’”.

    Le Concessioni in tema energetico sono materia concorrente tra Stato e Regioni. Pertanto, il rilascio delle stesse deve trovare accordo tra le parti. “Oggi lo Stato – ha aggiunto Sabatini – ha deciso da solo che le concessioni possono non cessare, diventando, di fatto, delle proprietà.
    Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato attraverso le concessioni lo cede in realtà alle società petrolifere. Saranno queste poi a deciderne la destinazione finale, con la possibilità naturalmente di rivenderlo allo Stato italiano
    Inoltre sono diversi i sussidi indiretti e gli sconti applicati a coloro che sfruttano le risorse fossili nel territorio italiano. A partire proprio dalle royalties irrisorie – pari al 10% per la terraferma e il 7% per il petrolio in mare – che rendono le estrazioni petrolifere estremamente vantaggiose, e a dirlo sono le stesse compagnie petrolifere che vengono in Italia ad estrarre combustibili fossili e inquinanti.
    In base alle leggi italiane, infatti, sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare. Addirittura gratis, cioè esentate dal pagamento di qualsiasi aliquota, le produzioni in regime di permesso di ricerca”.

    Dopo la scadenza del termine della concessione poi cosa succederà? “In base alla legge attuale – ha aggiunto il direttore – i concessionari potranno continuare a ricercare ed estrarre nell’ambito dell’area concessa all’infinito. Le concessioni non sono le aree dove si trovano oggi le trivelle, interessano superfici maggiori, ad esempio tra Taranto e Reggio Calabria vi sono concessioni per 14mila kmq (pari al territorio della Regione Campania)”.

    E nonostante ci siano dei Paesi che del petrolio hanno fatto ricchezza le differenze con l’Italia sono parecchie: “Per far capire i vantaggi per chi trivella in Italia – ha sottolineato Sabatini – bisogna confrontare la situazione italiana con quella di altri Paesi europei. Se in Italia avessimo portato le royalties al 50%, nel 2014 ci saremmo trovati invece che con un gettito di 401,9 milioni di euro circa con uno da 1,9 miliardi. Stiamo parlando, è bene ribadirlo, della tassazione su risorse che sono nel sottosuolo e che in ogni Paese sono sottoposte a specifica concessione e prelievo. Dunque un prelievo fiscale diverso da quello che riguarda le imprese. Per esempio, in Danimarca dove non esistono più royalties ma si applica un prelievo fiscale totale per le attività di esplorazione e produzione, questa arriva fino al 77%. In Inghilterra può arrivare fino all’82% mentre in Norvegia è al 78% a cui però bisogna aggiungere dei canoni di concessione.
    Senza dimenticare la beffa, sempre in tema di royalties, che quanto dovuto alle Regioni viene dedotto dalle tasse da parte delle imprese”.

    Differenza tra la vittoria del “Sì” e quella del “No” o mancato quorum? “La vittoria del NO – ha concluso – o il mancato quorum darebbe ragione allo Stato, per cui si potrà trivellare ed estrarre sotto costa (entro le 12 miglia) senza fine.
    Questo potrebbe essere un elemento da portare davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, in quanto anche lesiva della libera concorrenza. Si danno dei vantaggi ad alcune società petrolifere per legge.
    Se, invece, si raggiunge il quorum e vincerà il SI, le attività di estrazione dovranno cessare in base ai contratti di concessione esistenti. Si dovranno mantenere gli impegni presi all’atto della stipula dei contratti. Ricordiamo che la modifica è stata introdotta lo scorso anno. Si tratta di una novità introdotta con la Legge n. 208/2015”.