La ‘ndrangheta in Piemonte esiste. Ed opera come organizzazione unitaria, attraverso il ”metodo mafioso”. E’ quanto viene fuori dalla decisione della Suprema Corte di Cassazione che ha confermato le 50 condanne per 416 bis decise dalla Corte d’Appello di Torino nel processo Minotauro, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte.
Una sentenza molto attesa, considerando che lo scorso 30 gennaio il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto l’annullamento di 50 condanne con rinvio alla Corte d’Appello. Secondo quanto riferito da alcuni avvocati, per il procuratore non era emerso “il metodo mafioso come richiesto dall’articolo 416 bis del codice penale”. Ipotesi che aveva messo in crisi l’intero impianto processuale e che è stata rigettata oggi dalla Suprema Corte che ha confermato le 50 condanne.
La sentenza di oggi, arrivata dopo otto ore di camera di consiglio, riguarda gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Si tratta di una risultanza storica nei processi contro la criminalità organizzata. E’ la prima volta che stabilisce, in via definitiva, l’esistenza di un’organizzazione di ‘ndrangheta articolata in otto “locali” in provincia di Torino. L’inchiesta “Minotauro”, condotta dai carabinieri con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia, aveva portato a 142 arresti nel giugno 2011. Alla sbarra erano finiti i presunto sodali dei clan calabresi in Piemonte, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, usura, estorsione ed altri reati minori. Un’operazione imponente, nella quale erano stati impegnati quasi 1300 uomini delle forze dell’ordine, che aveva portato ad un sequestro beni per un valore complessivo di 70 milioni di euro.
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