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Rifugiati politici, da Nord a Sud per lavoro, ultima meta la Calabria

3 Ottobre 2014
in CALABRIA, In evidenza
Tempo di lettura: 3 minuti
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Rifugiati politici, da Nord a Sud per lavoro, ultima meta la Calabria

di Valentina Rigano* –

Sono arrivati in Italia con le traversate della morte, costretti con la forza a trascinarsi sulla spiaggia dopo aver abbandonato le loro cose nel deserto della Libia, sbattuti al fondo di un barcone per l’Italia su cui non avrebbero voluto salire, perché avevano pagato per essere portati in Tunisia.

Oggi, a quattro anni di distanza, per alcune famiglie di rifugiati politici della guerra in Libia, anche per la crisi, la scelta è solo una: lasciare la Lombardia e le cooperative che li hanno aiutati e rientrare nel progetto nazionale “Sprar” (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che ad alcuni ha proposto di andare a vivere in Calabria. La terra del sud così vicina alla loro Africa però non attira, e c’è chi piuttosto che andare al Sud abbandona il programma e chi punta i piedi e dice “no” e vede sua moglie lasciarlo solo.

“E’ una terra difficile e non c’è lavoro” dice M.S. 40enne musulmano della Costa D’Avorio arrivato in provincia di Monza con la moglie e i loro tre figli, nel 2011. “Siamo rifugiati politici, abbiamo tutto in regola, qui ci hanno dato 500 euro al mese per vivere, una casa – prosegue l’uomo – e i nostri figli vanno a scuola e sono integrati qui. Ad altri del programma delle cooperative hanno dato una buona uscita di 5.000 euro per andare dove volevano, c’è chi ha scelto la Germania o è rimasto qui”. Sua moglie, dieci anni più giovane, occhi castani e penetranti, non la pensa come lui “Io non voglio problemi, questa è una grande opportunità per noi. Lui non capisce che queste famiglie che se ne sono andate, adesso sono sole, finiti quei soldi cosa gli resterà? Io mi fido e voglio cogliere questa opportunità. In Calabria so che avrò casa e scuola come qui e forse anche il lavoro. Dopo quattro anni senza nemmeno trovare un impiego qui, è ovvio che ci chiedano di provare da un’altra parte”.

E qui, davanti ad un marito irremovibile che vuole tenere fede al ruolo di capo famiglia che ha deciso di non assecondare la proposta italiana, lei rompe gli schemi e sceglie di andare via da sola. “Preferisco perdere lui ma avere una nuova possibilità di vita che restare qui e poi farmi togliere i figli e restare per strada”. Una scelta che non ci si aspetta ma che forse a questa donna e ai suoi figli regalerà una nuova prospettiva di vita, come sottolineato dalla Responsabile della cooperativa Aeris di Vimercate (Monza), che ha avuto in carico la famiglia fino ad oggi “Sono stupita positivamente della decisione della signora – spiega G.R. – lui non si rende conto dei costi di mantenimento di una famiglia in Italia. Noi davamo loro 500 euro, più affitto e bollette pagate e la scuola dei bambini. Come fa a mantenere la famiglia senza lavoro? Possiamo anche dare loro la buona uscita, quanto gli durerà? In Calabria il costo della vita è più basso e ci sono lavori diversi che qui non esistono più. Questo progetto è stato chiuso, ha dato molto, forse però le risorse e la gestione da parte dello Stato dovrebbero essere differenti, così è un gran caos”.

La crisi quindi fa anche questo, emancipa donne abituate a non decidere da sole e sposta la ricerca di una nuova vita nella direzione tradizionalmente inversa, da Nord a Sud.

*ANSA

Tags: crisiimmigrazionelavoroRifugiati politici
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