di Stefano Perri – A trattare con la ‘ndrangheta calabrese era direttamente uno dei capi storici delle Farc colombiane. Il suo nome non è stato diffuso su richiesta esplicita della Dea, che da anni insegue quello che è considerato uno dei narcotrafficanti più potenti e pericolosi del mondo. Le indagini condotte dalla Dda di Reggio Calabria, in collaborazione con la Drug Enforcement Administration degli Stati Uniti e con la Guardia Civil spagnola, hanno ricostruito il sistema mondiale messo in piedi dagli uomini del cartello delle famiglie di ‘ndrangheta del mandamento tirrenico e di quello ionico, per gestire il narcotraffico dal Sud America all’Europa passando per i porti spagnoli fino ad arrivare a Gioia Tauro, Genova e Livorno.
Gli emissari dei clan trattavano direttamente con i narcos colombiani. E non solo. Le indagini hanno messo in evidenza una sorta di compenetrazione tra i personaggi chiave delle famiglie di ‘ndrangheta, su tutti il boss Antonio Femia di Locri. Secondo gli investigatori era lui a tenere rapporti con i finanziatori e con i fornitori della cocaina direttamente in Colombia.
Le indagini hanno documentato che gli emissari dei calabresi riuscivano ad entrare in zone della foresta amazzonica dalle quali anche l’esercito colombiano si teneva alla larga.
I contatti venivano tenuti direttamente con i maggiori esponenti dell’organizzazione paramilitare delle Farc, un gruppo di ispirazione marxista, che da anni tiene sotto scacco il governo colombiano.
A coordinare le trattative c’era lui, il ricercato numero uno della Dea, che neanche in questa occasione è stato catturato, proprio a causa del fatto che la sua base operativa si trova in una zona di foresta difficilmente raggiungibile, all’interno della quale l’uomo dispone di un vero e proprio esercito di protezione. Da anni le Farc hanno avviato una sorta di trattativa di pacificazione con lo Stato colombiano. Ma nonostante abbiano messo da parte la strategia della tensione, continuano a controllare la produzione di coca, tenendo sotto la loro bandiera un vero e proprio esercito di contadini, con la quale finanziano l’acquisto di armi e tutte le attività militari.
Ma non è tutto. Secondo quanto riportato dal Procuratore aggiunto Nicola Gratteri la ‘ndrangheta aveva rapporti solidi anche con le Auc, le Autodefensas Unidas de Colombia, altro gruppo paramilitare, questa volta di estrema destra, costituito dall’unione di diversi gruppi armati rivoluzionari riunitosi nell’aprile del 1997 con l’obiettivo di consolidare e proteggere le condizioni economiche e sociali di diverse aree della Colombia. Da qualche anno a questa parte le Auc non esistono più, almeno ufficialmente. In questo caso è stato firmato una sorta di armistizio che ne ha determinato lo scioglimento. Ma diversi fuoriusciti dall’organizzazione stanno ricostruendo gruppi paramilitari che finanziano grazie alla vendita della coca prodotta.
Ed è qui che si innestava il contributo degli emissari delle famiglie di ‘ndrangheta calabresi. Attraverso la fitta rete di contatti disseminati tra Brasile, Argentina, Repubblica Dominicana, Colombia, Spagna e Montenegro, i Colombiani riescivano ad esportare la cocaina, affidandola al circuito messo in piedi dalle ‘ndrine calabresi che attraverso la Spagna e il Portogallo contavano di farla entrare nei mercati di tutta Europa.
Secondo quanto ipotizzato dagli investigatori italiani, in Sud America sono attualmente operanti circa 80 broker del narcotraffico internazionale al soldo delle cosche calabresi. Personaggi senza scrupoli pronti ad inondare l’Italia e l’Europa con i fiumi di cocaina in arrivo da oltre oceano.
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