di Mauro Alvisi
Ha portato il Rinascimento in spalla, come una croce d’oro,
marmi, tele e cupole, l’Italia intera nel suo sguardo,
ha detto al mondo che la bellezza è l’unico decoro,
che senza arte, un paese è solo un nardo senz’azzardo.
Ha scritto libri come si accendono ceri in chiesa,
per i pittori, per i geni, per la nostra terra bella,
ogni riga una carezza, ogni pagina una attesa,
di ritrovare in Caravaggio una eterna stella.
Uomo eccessivo, sì, proteiforme e spigoloso,
una lingua che ferisce come lama fulminante,
ma mente che cuce il mondo, gesto luminoso,
unico, inimitabile, cultura militante.
Ha pagato il prezzo amaro di chi non si allinea,
infangato da una stampa di giornalai, non giornalisti,
ladron de quadros, gridarono in Spagna, calunnia porcina,
per farne icona d’odio agli occhi dei moralisti.
Lui non si è mai arreso, mai piegato al fango,
ma il male di vivere alla fine lo ha colto,
la depressione, quel buio che ti toglie il rango,
e si è lasciato andare, dal dolore avvolto.
Eppure cerca ancora una strada, un varco diverso,
per tornare a segnare il tempo come ha sempre fatto,
perché Vittorio è patrimonio, è un universo,
come Pasolini, come De André, come chi ha l’arte per patto.
Resta con noi, Vittorio, l’Italia ti attende,
non ha bisogno di santi, ma di occhi che vedano.
La bellezza che hai difeso non si arrende,
e finché la difendi, le pietre ancora credano.
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Nel panorama culturale italiano, poche figure risultano tanto polarizzanti e inscindibilmente legate all’identità artistica nazionale quanto Vittorio Sgarbi. Un recente e intenso componimento poetico ha scelto di tratteggiare un ritratto intimo, chiaroscuro e profondamente umano del celebre critico d’arte, svestendolo in parte delle armature mediatiche per indagarne l’essenza di divulgatore, di uomo ferito e di intellettuale controcorrente. I versi affrontano senza filtri la dicotomia di una mente che, pur essendo spesso al centro di aspre polemiche, ha dedicato l’intera esistenza alla tutela del patrimonio estetico del Paese.
Il custode del Rinascimento e la divulgazione appassionata
La prima parte dell’opera poetica si concentra sul ruolo accademico e divulgativo di Sgarbi, descritto come un atlante contemporaneo che “ha portato il Rinascimento in spalla, come una croce d’oro”. L’autore del testo esalta la devozione del critico per i marmi, le tele e le cupole italiane, ribadendo il suo messaggio fondamentale: la bellezza rappresenta l’unico, vero decoro di una nazione che, privata dell’arte, si ridurrebbe a un “nardo senz’azzardo”.
Le sue innumerevoli pubblicazioni editoriali vengono paragonate all’accensione di ceri in chiesa, un atto di fede laica verso i geni della pittura e verso una “terra bella” da proteggere. Menzione speciale viene riservata al suo rapporto quasi simbiotico con la figura di Caravaggio, di cui Sgarbi ha saputo riaccendere la “stella” nell’immaginario collettivo attraverso anni di narrazione instancabile.
L’intellettuale eretico, la gogna mediatica e le calunnie
Il testo non si sottrae dall’analizzare l’indole controversa del protagonista. Definito “uomo eccessivo, proteiforme e spigoloso”, a Sgarbi viene riconosciuta una lingua tagliente, capace di ferire “come lama fulminante”. Tuttavia, questa asprezza verbale viene inquadrata dal poeta come l’arma di una mente eccezionale impegnata in una vera e propria “cultura militante”.
I versi affrontano poi, in modo diretto e drammatico, le recenti vicende mediatico-giudiziarie che hanno travolto il critico. Si fa riferimento al “prezzo amaro di chi non si allinea” e si lancia una dura invettiva contro parte della stampa (definita “giornalai, non giornalisti”). Il riferimento esplicito alle accuse internazionali (“ladron de quadros, gridarono in Spagna, calunnia porcina”) sintetizza poeticamente il peso delle recenti inchieste sulle opere d’arte che lo hanno visto coinvolto, interpretate dall’autore come un meccanismo per trasformarlo in “icona d’odio agli occhi dei moralisti”.
Il male di vivere: la fragilità dietro la corazza
Uno dei passaggi più toccanti e inediti dell’omaggio letterario riguarda la dimensione privata e la salute mentale del critico. Il componimento svela la vulnerabilità inaspettata di un uomo che “non si è mai arreso”, ma che alla fine è stato colto dal “male di vivere”. L’esplicito riferimento alla depressione descrive un “buio che ti toglie il rango”, restituendo l’immagine di un individuo avvolto dal dolore, costretto a lasciarsi andare di fronte al peso schiacciante delle pressioni pubbliche e personali.
L’invocazione finale: un patrimonio nazionale
L’ultimo atto della poesia è un canto di speranza e un’invocazione al ritorno. Paragonando Sgarbi a giganti dell’eresia intellettuale come Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André, il testo sancisce come l’arte vissuta come patto esistenziale renda l’uomo stesso un “patrimonio”, un universo da preservare.
L’appello finale della lirica è vibrante: “Resta con noi, Vittorio, l’Italia ti attende”. La conclusione sottolinea come il Paese non abbia bisogno di figure santificate e perfette, ma di “occhi che vedano”, di sentinelle capaci di riconoscere e difendere il valore estetico. Perché, come suggella l’ultimo verso, la bellezza strenuamente difesa non si arrende mai e, finché ci sarà chi combatte per essa, persino le pietre continueranno a crederci.





