Tre sconfitte in quattro partite. Sono numeri che, per la Reggina, raccontano una stretta attualità non facilissima. Sono numeri, però, anche il terzo posto in classifica e le sei vittorie in dieci partite, con quattro sconfitte tutte immeritate (numeri alla mano).
Ed è quasi superfluo rivangare nel passato fino a quando, pochi mesi fa, non c’era nemmeno la certezza di vivere.
Si rischia di perdere di vista il fatto che domandarsi se la squadra è in grado di lottare per il vertice, ad oggi, debba essere considerato un privilegio e rallegrarsene.
Ma tralasciando questi concetti che potrebbero apparire ormai anacronistici (E si sa che nel calcio si dimentica in fretta), anche quanto dice il campo autorizza a mettere da parte il pessimismo cosmico.
Negli ultimi tre ko la Reggina ha perso per mancanza di concretezza e per errori evitabili. Sarebbe stato molto peggio farlo per mancanza di gioco, di idee o di consistenza tecnico-tattica. Gli amaranto hanno, invece, tanto materiale umano importante e quando c’è la base per muovere le pedine c’è sempre margine per invertire la rotta.
Nelle sconfitte ci sono delle colpe sicuramente, ma non accade spesso (probabilmente mai) che Thiago Cionek non riesca a chiudere al meglio in tre occasioni che portano tutte al gol avversario.
Così come non si colpiscono due pali in ogni partita e si tiri quattordi volte nello specchio della porta avversario, perdendo contro un avversario che che ha oltrepassato la metà campo sei-sette volte.
A testimonianza di come la sconfitta con il Perugia sia stata molto più fortuita di quanto ogni ragionamento tecnico e tattico possa offrire. Quelli ci stanno e vanno sempre fatti perchè parlare di calcio è bello e ognuno può farlo come ritiene opportuno. E tutti possono fare meglio quando si perde, allenatori e giocatori compresi.
Vedere tutto nero, però, sarebbei il grande inganno dell’umoralità. Sabato la Reggina andrà a Cagliari e avrà un’altra grande e bella partita da giocare.





