
di Cristina Marra – La provincia svedese, la piccola Tomelilla, è protagonista del romanzo d’esordio di Olle Lönnaeus, vincitore del “2009 Swedish Crime Writer’s Academy’s Debutant Prize”. Lönnaeus, in questi giorni in Italia per promuovere il libro, è un giornalista
investigativo pluripremiato per i suoi reportage sul medioriente. Dopo vent’anni di giornalismo decide di raccontare una storia in modo diverso avvalendosi di quella dose di immaginazione e invenzione propria della fiction narrativa. Nasce così “Il bambino della città ghiacciata” (Newton Compton Editori, pag.376, euro 14,90), un thriller psicologico che affronta il tema increscioso del razzismo, dell’intolleranza e dell’emarginazione sociale. Un duplice omicidio fa scattare la mossa che induce un uomo a scoprire le sue radici e le sue origini, e soprattutto la verità sulla sorte della madre, partendo proprio dal luogo in cui ha vissuto la sua giovinezza. La storia del romanzo si svolge nella cittadina natale dell’autore e il suo protagonista, Konrad, è un giornalista free lance che, distrutto dalla morte di un amico giustiziato a Bagdad, conduce una vita disordinata e cede spesso all’alcool. Torna a Tomelilla, da cui era fuggito a diciassette anni, dopo aver saputo della morte violenta dei suoi genitori adottivi Herman e Signe Jönsson. “ Sono passati ventotto anni da quando è partito e la vita lo ha portato in giro per il mondo” e ora il suo ritorno forse “disseppellirà soltanto vecchi ricordi che dovrebbero rimanere sepolti”. Ben presto i sospetti dell’omicidio ricadono su Konrad e “forse la verità è davanti ai suoi occhi, anche se non riesce ad afferrarla”.Comincia a ripercorrere con la memoria la sua infanzia, “rivede se stesso: il bambino abbandonato” ma anche “il ribelle ragazzino polacco che faceva sempre a botte e che ogni volta le prendeva” e ancora “lo stesso ragazzino che si teneva in disparte. Che si era scottato e che aveva cominciato a tenersi lontano dal fuoco”. Ogni luogo che visita è un pezzo del puzzle disordinato e confuso che custodisce nella mente. Vecchi amici, antichi odori, “i legami che credeva avere reciso lo reclamano”. Aiutato dalle “soffiate” del vecchio giornalista Palander, Konrad comincia un’indagine personale rivolta alla scoperta della verità sul destino di Agnes, sua madre biologica, una giovane polacca scomparsa quarant’anni fa. Con un sofferto travaglio interiore, Konrad si pone mille domande a cui tenta di dare risposte convincenti e definitive. Come “un cane senza padrone avanza inquieto lungo la strada desolata che passa tra i binari e il cimitero”, il protagonista rivive i momenti traumatici della sua infanzia in casa Jönsson, il rapporto conflittuale col fratellastro Klas, le ingiurie e i gesti di razzismo subiti a scuola. Forme di razzismo contro polacchi, zingari, stranieri presenti nella cittadina svedese e che l’autore denuncia per bocca di coloro che ne sono vittime. Lönnaeus fa uno scavo interiore e ricostruisce le personalità dei suoi personaggi tramite la rivelazione delle loro esperienze personali e dei traumi subiti. Storie di abusi e discriminazioni, emarginazione e pregiudizi che in alcuni casi minano la psiche e condizionano l’esistenza. L’autore col suo stile giornalistico riesce a penetrare le menti dei personaggi, a esprimere i loro disagi e afflizioni e a rivelarne segreti e incubi fino alla scoperta di una verità scomoda e dura per Konrad ma che finalmente come “il cane bastardo e scabbioso” riesce a trovare la strada di casa.




