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Classe dirigente: una triplice mediocrità

5 Febbraio 2014
in Storie
Tempo di lettura: 6 minuti
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classedirigente
di Isidoro Pennisi –
La libertà di poter dire e fare ciò che si vuole, in maniera esposta e pubblica, con la possibilità che le cose dette e fatte siano prese per buone e credute esatte

da coloro che non hanno il tempo e la fortuna di poterle verificare, non è più una libertà difendibile per principio e senza condizioni. È giunto il momento di dire che questo modo di fare può essere orribile e terrificante, ed iniziare, di conseguenza, una sorta di lotta di liberazione da questa ansia di libertà d’opinione non suffragata da conoscenza. Non indico un problema morale o etico. Coloro che usufruiscono di questa libertà sono onesti, sono spinti dalle migliori intenzioni, ma attraverso la libertà di tradurre tutto questo in azione e in mancanza di un reale sapere che supporti ciò che stanno facendo o dicendo, rischiano l’inadeguatezza. Le classi dirigenti che guidano le comunità hanno dei privilegi rispetto a coloro che essi guidano, esattamente come dei genitori li hanno rispetto ai loro figli. Hanno sulle spalle, di contro, il peso, la responsabilità collettiva che un cittadino non ha e che un figlio non può avere. La condizione e il prezzo di questi privilegi sono la conoscenza reale e non ideale dei problemi da risolvere e la consapevolezza che questi continui problemi si risolvono in punta di realtà sporcandosi le mani e, spesso, anche l’anima. Sento l’urgenza e la necessità di affrontare pubblicamente questa questione perché siamo in un momento di ricambio generazionale, ovvio e logico, della classe dirigente. Per la prima volta si stanno affacciando sulla scena donne e uomini formatisi completamente dentro l’aristocratica convinzione che la libertà d’opinione sia assoluta e senza alcun limite. Il fatto che la si esprima a tavola con i familiari, dal podio autorevole di una cattedra, da uno schermo televisivo o lungo le fibre ottiche della Rete, è per loro la stesa cosa. Una aristocratica convinzione che fa sì che sia un valore dire e fare ciò che si pensa senza alcun filtro o remora, comunque e dovunque. Una aristocratica convinzione in cui dire e fare vengono prima di sapere ciò che si sta dicendo o facendo e in cui non è contemplato il timore di poter inconsapevolmente e onestamente affermare anche il falso o l’inopportuno, o compiere un errore irreparabile. Io vedo i pericoli di questa condizione. Li vedo nella loro fase nascente ma ho avuto modo già di guardare diverse ecografie fatte durante la loro gestazione dentro l’utero del nostro tempo più recente. Nell’incrocio tra la situazione delicata che viviamo, che ha necessità di trasformazioni profonde, e la natura inadeguata di questa nuova Classe Dirigente che per quanto giovane sembra già postuma rispetto a se stessa e ai suoi tempi, può capitare quella Tempesta Perfetta cui la Storia, per chi la conosce, ci ha abituato. Che cosa è una Classe Dirigente e cosa dirige? In base a quale processo, occasionale o programmato, si viene a formare una Classe Dirigente, visto che molti, ormai, affermano che bisogna selezionarla meglio? Per capire cosa sia una Classe Dirigente, quale sia il suo compito reale ed esclusivo, quali le qualità che deve avere, esiste la necessità di guardare ad eventi passati emblematici ancor più che simbolici. Tra questi risulta significativa e plastica la definizione che si può dedurre da una narrazione contenuta nel Vecchio Testamento: l’Esodo. L’argomento dell’Esodo è chiaro. Narra del trasferimento degli Ebrei da una condizione di schiavitù vissuta in Egitto in una di libertà presso una nuova terra. Una trasformazione politica a tutti gli effetti, non spontanea ma volontaria, organizzata e guidata da una Classe Dirigente di cui Mosè era il leader. Mosè e il suo gruppo elaborano i passaggi necessari per liberare e trasferire questo popolo verso la Terra Promessa. Per liberarli dovettero convincere gli Egiziani a lasciarli andare e per fare questo furono necessari degli strumenti di pressione potenti ed inauditi per metterli di fronte alla non convenienza della permanenza degli Ebrei. Queste furono le famose Piaghe d’Egitto. Quando questi strumenti di pressione raggiunsero lo scopo gli Ebrei furono lasciati partire ed iniziarono un lungo viaggio che non era un destino certo e onnipotente. Tutt’altro. E’ in questo “passaggio di stato” tra schiavo e libero che troviamo le maggiori difficoltà che una Classe Dirigente è chiamata a superare. Non è difficile farsi seguire da una comunità in un percorso di trasformazione quando questa soffre la realtà che vive. Il difficile è farsi continuare a seguire lungo il
cammino che porta al nuovo e agli esiti della trasformazione immaginata. E nel “tempo di mezzo” di un “passaggio di stato sociale” che viene messa alla prova una Classe Dirigente. Nell’Esodo questo “tempo di mezzo” è pieno di eventi che dimostrano la difficoltà di una trasformazione, che consiste soprattutto nella ovvia incapacità della comunità di accettare tutti i problemi insiti prima che si ottenga il risultato promesso. Problemi che in alcuni momenti possono far rimpiangere anche la situazione e la Terra da cui si è andati via, con tutto ciò che quella Terra e quella situazione erano di schiavitù. In ogni evento di trasformazione, sociale o materiale, è proprio la materia da trasformare a porre le resistenze maggiori. Una Classe Dirigente è all’altezza del compito storico che si assume se è capace di piegare queste resistenze, frenare i dubbi, motivare il cammino, resistere alla tentazione delle scorciatoie, non fermare il passo prima del tempo e del luogo necessario. E’ evidente che una Classe Dirigente non si riduce a quella di Governo della comunità ma si allarga e comprende altre figure determinanti quanto quella di Governo. L’Esodo ci dovrebbe apparire come una Mappa del Tesoro per capire da chi è composta e come si forma una Classe Dirigente. Fu infatti Mosè stesso a far presente a Dio che lui non aveva le qualità richieste per quel compito. “Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua”. Fu Dio a dargli una inequivocabile risposta ancora valida per chiunque voglia farsi carico di una comunità. “Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il Levita? Io so che lui sa parlar bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. (…) Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai i prodigi”. In un processo di trasformazione sociale la Classe Dirigente è composta da due categorie: quella che interpreta il “verso”, la “direzione”, il “senso” del cammino da fare e quella che, giorno per giorno, in ogni parte di quella comunità, organizza quel cammino con capacità, professionalità, senso del dovere, onore e responsabilità. Da una parte è Mosè che deve scegliere, motivare, cooptare queste figure essenziali ma dall’altra queste figure debbono andargli incontro, debbono compromettersi. Questo è il punto. Allora è facile vedere un pericolo in quelli che annunciano Riforme che sono tecnicamente degli Specchietti per le Allodole tra i più odiosi; in quelli che non vogliono sporcarsi le mani e chiedono a chi da loro si aspetta le risposte le risposte giuste; in quelli che le mani non se le sporcheranno perché sono già sporchi in partenza. Un pericolo che potrebbe spingere lentamente la nostra comunità verso un punto di non ritorno in cui il timore di mettersi fuori dalla ragionevolezza, fuori dalle abitudini incruente della convivenza, fuori dalle consuetudini della Democrazia conosciuta, diventi così basso da far preferire altre strade tutte da esplorare ma rischiose. Il mio consiglio non è quello di spingere questi enfant prodige ad abbandonare le loro rispettive battaglie ma di iniziare a smetterla, ad esempio, di guardarsi allo specchio dei propri alter ego che popolano i nuovi mezzi d’informazione, da dove si parlano e ci parlano coadiuvati da quella parodia di giornalisti ( anche loro classe dirigente) che ne riportano e ne amplificano la portata con la scusa che ogni affermazione su cui si inciampa è una notizia. Il consiglio che io do a
questi enfant prodige e di provare a capire una cosa che li potrebbe mettere nei guai rispetto a coloro che li hanno preceduti. Loro sono i primi a non avere la possibilità di fallire perché sono i primi che stanno necessariamente facendo politica non tanto sul futuro della loro comunità ma sulle sue speranze. Le stanno necessariamente alimentando perché nelle condizioni date è l’unica reale dimensione su cui sia possibile fare leva. Stanno maneggiando ciò che di più pericoloso ed instabile esista quando si parla di comunità organizzate. Chi delude o frustra le speranze di una comunità – per incapacità o per dolo è la stessa cosa – non troverà alcuna pietà e nessuna redenzione possibile. Stiano attenti e, se devo dare un ultimo consiglio, facciano come Mosè e non si accontentino di se stessi o della cerchia di fedeli quasi sempre incapaci di cui si circondano. Vadano a cercarsi tutti gli Aronne necessari presenti nella nostra comunità e li cooptino sperando che questi, superando un certo disprezzo, si facciano convincere da una situazione oramai difficile e al limite della rottura.

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