
ha rischiato di risucchiare via tutta la sua azienda, frutto del sacrificio di tre generazioni.
E’ l’incredibile storia di Michele Loccisano, imprenditore del settore agroalimentare operante a Cittanova, sulla Piana di Gioia Tauro. La sua famiglia da quasi 200 anni coltiva le olive e ne estrae il prezioso liquido giallo oro, che da pochi anni viene commercializzato insieme ad altri prodotti tipici locali come marmellate e patè.
Michele Luccisano è uno di quelli che la gente definisce imprenditore coraggio. All’inizio del 2010 ha messo fine ad una storia terribile di usura denunciando i suoi aguzzini, nove persone in totale. Pochi mesi dopo, nell’ottobre del 2010, per sei di loro arrivano gli arresti, e per altri tre una denuncia a piede libero. Il processo va avanti e le sentenze continuano a dare ragione a Michele fino all’ultima definitiva condanna, datata 2013, che ha messo un punto ad una storia iniziata nel 2006.
Una vicenda tipica delle pratiche di usura. ”Stavo partecipando ad un progetto di ricerca sulla produzione di olio con l’Università di Salerno – racconta Michele – come spesso avviene in questi casi le banche all’inizio ti seguono per poi chiuderti le porte in faccia. E’ allora che parlando con un amico gli ho confidato le mie difficoltà. Dopo qualche giorno sono stato messo in contatto con altre persone ed è iniziato il percorso di avvicinamento a quello che solo dopo mi sono reso conto essere un vero e proprio prestito usuraio. Chiaro che io mi assumo tutte le mie responsabilità, anche se non pensavo di poter mai cadere in questa trappola. Ogni volta che sentivo in tv di qualcuno vittima di usura pensavo che a me non sarebbe mai potuto succedere. Ma i metodi sono molto subdoli ed una volta entrati nel circuito è molto difficile uscirne. Il prestito da me richiesto era intorno ai 100 mila euro, alla fine mi sono trovato a dover restituire 185mila euro, quasi il 100% di interessi”.

Una brutta storia che ha condotto l’azienda di Michele quasi sull’orlo del fallimento. Solo la tenacia sua e della sua famiglia ha evitato che negli anni la sua azienda fosse costretta a capitolare. E tutto ciò mentre ai suoi danni continuavano a susseguirsi quegli strani furti accompagnati da intimidazioni. Furti di olio, di macchinari, ma anche devastazioni e perfino l’uccisione del suo cane, un cucciolo al quale è stata mozzata la testa con un’ascia. Tra le altre cose, durante una delle quelle visite nefaste, viene trafugato anche il suo computer, un vecchio laptop di nessun valore, mentre altri tre computer acquistati da pochi giorni ed ancora imballati non vengono neanche toccati, segno inequivocabile che chi si è introdotto nei locali della sua azienda mirava non solo a danneggiarla ma anche a conoscerne struttura e dati contabili.
Una vicenda terribile, che avrebbe messo a tappeto anche il più indomito dei pugili. Ma Michele è andato avanti. Ogni volta, dopo ogni furto, ripartire da zero con la produzione dell’olio, ricominciare in solitudine. Ogni volta pensando che sarebbe stata l’ultima volta, ogni volta puntualmente ritrovarsi a dover ricostruire tutto.
Tutti i furti ed i danneggiamenti sono stati ogni volta puntualmente denunciati. Ma non ci sono le prove per dimostrare che siano collegati alla sua denuncia di usura. ”Magari è una mia presunzione – ci spiega Michele – ma io ritengo che il filone sia unico. Ogni volta è un film già visto, che purtroppo conosco ormai a memoria, gli attori e le modalità sono sempre gli stessi e secondo me anche il regista è il medesimo”.

Non parla di paura Michele, piuttosto di ”avvilimento”. ”Più volte sono stato sul punto di mollare – ci racconta – ogni volta penso chiudo e vado via. Ma dopo un po’ la preoccupazione lascia il posto alla rabbia e io mi convinco che in questa storia non posso darmi per vinto. Ho anche otto dipendenti, alcuni dei quali lavorano in questa azienda da trent’anni. Non posso metterli in mezzo ad una strada. Sto dalla parte del giusto e devo andare avanti, devo farlo per i miei figli. Che qualcuno potesse prendersela con me o con mio fratello l’avevo già messo in conto, ovviamente mi auguro che dai danni materiali non si passi ad intimidazioni alle persone. Per fortuna ci sono tanti amici che ogni volta mi sostengono. A loro devo dire grazie come anche alla Procura di Palmi che è riuscita in pochi anni ad arrivare alla sentenza definitiva sulla mia denuncia. Certo dalle istituzioni non ho ricevuto nulla, mai un attestato di solidarietà”.
Ma la vicenda di Michele Luccisano non finisce qui. Subito dopo la sentenza di primo grado per usura l’imprenditore ha deciso che la sua storia potesse servire anche agli altri. Ed è così che da qualche anno, grazie al supporto di Microdanisma, Associazione che si occupa di microcredito e credito d’emergenza, ha fondato uno sportello antiusura, diffondendo le sue attività tramite le case parrocchiali ed offrendo ascolto e supporto a chi si trova in situazioni simili a quella che ha vissuto lui. ”L’usura è un reato che viene spesso percepito in maniera distorta a livello sociale – spiega Michele – quasi come se la vittima fosse complice dell’usuraio. Il punto è che bisogna parlarne. Per questo abbiamo messo in piedi questa struttura che aiuta chi è in difficoltà e non vuole confidarsi con i propri familiari temendo di spaventarli. Poi se si generano gli estremi per una denuncia noi offriamo anche il supporto legale. La verità è che l’usura è molto più diffusa di quanto si creda. Ed uscirne, non è facile”.
Michele ce l’ha fatta, da una vita in trincea, oggi non ha alcuna intenzione di mollare.




