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Nel fango del dio pallone

3 Novembre 2013
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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pallone_fango

Quattro anni fa, proprio il 3 Novembre, di martedì, Antonio “‘Ntoni” Pelle “Gambazza” viene ricoverato d’urgenza

all’ospedale di Locri, dove muore la mattina dopo, intorno le 7 e 30 per un infarto.

Il suo nome è legato indissolubilmente alla ‘ndrangheta. Era stato, infatti, arrestato il 12 giugno 2009 a Polistena dopo nove anni di latitanza. Doveva scontare una condanna a 26 anni per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e armi ed era considerato elemento di spicco del mandamento ionico.

A distanza di pochi giorni si gioca il sentitissimo derby di Prima Categoria Girone D tra il San Luca e il Bianco. Le squadre escono dal tunnel e si dirigono, col direttore di gara, a centrocampo, per il rituale saluto alla tribuna.

Alcuni giocatori del San Luca portano al braccio la banda nera in segno di lutto. Facile capire per chi: tra le fila del club ionico, milita, infatti, un giocatore con legami di parentela col boss Gambazza, scomparso, come detto, solo pochi giorni prima.

Sarà polverone.

Sedici giocatori verranno squalificati, mentre alla società verrà inflitta una multa di 600 euro comminata insieme a una penalizzazione di tre punti.

Ai dirigenti Giuseppe Trimboli, Giuseppe Strangio e Giuseppe Nirta verrà inflitta un’inibizione rispettivamente di cinque mesi, due mesi e un mese e cinque giorni.

Per la cronaca, la storia calcistica di San Luca si è fermata ai primi di maggio del 2012, quando a Taurianova si giocò la trentesima ed ultima sfida del campionato di Promozione Girone B. La giovane e riformata compagine ionica è già da molto retrocessa, in virtù dei soli quattro punti raccolti, poi ridotti a due per una penalizzazione dovuta alla mancata presenza della squadra in occasione di due gare di campionato.

Nel giugno successivo la realtà ionica conoscerà l’epilogo più preventivabile: il fallimento.

Si è trattato di un modo per far capire come la ‘ndrangheta possa cercare consenso anche attraverso attività ludiche.

Da qui si passa facile facile a un’altra storia, dai simili contorni: era il 2004, e a pochi giorni dalla morte di Carmine Arena, crivellato a bordo della sua auto a Isola Capo Rizzuto, si gioca il match di Promozione tra la squadra giallorossa e lo Strongoli.

Un dirigente accompagnatore degli ospiti chiede al direttore di gara di osservare un minuto di silenzio per la morte del 45enne, cugino di Pasquale Arena, figurante nel quadro dirigenziale della squadra. Risultato: la richiesta viene accolta e prima dell’inizio della gara silenzio assoluto. L’arbitro verrà poi sospeso, insieme ai suoi collaboratori. Attualmente, sempre per dovere di cronaca, l’Isola Capo Rizzuto si trova ai vertici del campionato di Eccellenza.

Quella del consenso è però, ormai, solo una motivazione marginale tra le cause che spingono la ‘ndrangheta a scendere in campo. Le squadre di calcio, fin dalle più piccole realtà, muovono giri di denaro di decine di migliaia di euro, e più si sale di categoria, più aumentano gli introiti. E così una squadra di calcio diventa una sorta di depuratore, dove riciclare il denaro sporco è materia di facile attuazione.
E questa attività è solo l’ultima connessa al calcio, visto che, incredibile ma vero, esisterebbero casi di partite vendute per carichi di armi. È quanto racconta agli inquirenti della Dda il pentito Vincenzo Marino, esponente della cosca Vrenna-Bonaventura, riferendosi alla gara Locri-Crotone del 10 maggio 1997. A entrambe basterebbe un punto per raggiungere i propri obiettivi: da un lato la salvezza, dall’altro il salto tra i professionisti. In cambio, però, a detta del pentito, i Vrenna avrebbero dovuto comprare proprio bazooka e kalashnikov dai Cordì.
Come dimenticare, poi, la veloce ascesa della Valle Grecanica e la sua altrettanto repentina fine? La realtà calcistica nata dalla fusione tra Melitese e Bagaladi raggiunse, fino ad ottobre del 2010, risultati sportivi eccellenti nel campionato di Serie D Girone I. Il debutto in campionato fece segnare l’incredibile vittoria per 2 a 0 ai danni del Messina, al San Filippo, cui fecero seguito altre quattro vittorie e due pareggi. Imbattibilità.

Sì, ma solo fino al giorno dell’arresto del ds Borghetto e di mister Iannì. L’operazione fece scattare le manette per 34 esponenti delle famiglie Borghetto-Caridi-Zindato affiliate al club Libri. Da lì in poi le cose non andarono bene al club, arrivato settimo quell’anno e retrocesso e poi fallito l’anno dopo.

Stessa sorte dell’Interpiana, finita nell’occhio del ciclone dopo che gli investigatori chiarirono come ci fossero gli interessi della famiglia Pesce di Rosarno all’interno del club. Secondo l’accusa, sarebbe stato infatti Francesco Pesce, attraverso prestanome, a controllare le realtà calcistiche di Rosarno prima e Interpiana poi.

Da questa disamina si fa presto a capire come la richiesta di interdittivita che si trova sul tavolo del Prefetto e riguardante la Reggina sia solo l’ultimo caso in materia.

Il caso, però, questa volta, è molto diverso:

La richiesta non muove direttamente contro la società del Presidente Foti, ma prende le mosse dall’arresto, mesi fa, di Giovanni Remo per estorsione aggravata dalle modalità mafiose.
Quest’ultimo, secondo gli inquirenti, sarebbe legato alla cosca Labate, ma nessuna accusa specifica in tal senso (quello associativo) viene rubricata nei suoi confronti, né, tantomeno, ipotizzata nei confronti della Reggina Calcio, neppure in maniera indiretta.
Una sorta di “responsabilità oggettiva”, insomma, sulla quale, comunque, si pronuncerà la Prefettura.
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