
L’Attività dei settori Programmazione lavori pubblici e Progettazione ed esecuzione Lavori pubblici, del Comune di Reggio Calabria,
è per la Commissione “fortemente condizionata dalla pesantissima situazione debitoria in cui versa l’Ente”. L’esame degli atti amministrativi ha d’altra parte evidenziato “lo scarso numero di procedure di affidamento lavori, servizi e forniture definite nel periodo tra gennaio 2010 e il marzo del 2012” pari a 254 pratiche. Ciò che balza agli occhi dei Commissari però è che, nonostante un tessuto economico – sociale fortemente condizionato dalla criminalità, “l’Amministrazione non si sia avvalsa di strumenti quali, ad esempio i Protocolli di legalità, vigenti in gran parte del Paese ed aventi la finalità di rafforzare i presidi di prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa”.
Sostanzialmente la Commissione si domanda come mai l’Amministrazione non ha deciso di avvalersi del protocollo d’intesa stipulato nel 2006 con la prefettura e la società Bentini, impegnata nei lavori di costruzione del Palazzo di giustizia. Tale protocollo prevedeva tutta una serie di misure secondo le quali il Comune si impegnava ad acquisire determinate “informazioni” prima di stipulare, approvare o autorizzare i contratti e subcontratti, gli affidamenti e sub-affidamenti il cui valore fosse pari o superiore ad Euro 50.000,00, nonché per le prestazioni di servizi, le forniture, i noli a caldo e a freddo e per ogni ulteriore prestazione agli stessi connessa o collegata.
Insieme a questo aspetto la Commissione definisce “significativa” la circostanza che vede la decisione del Comune di non rinnovare, alla scadenza del 30 settembre 2010, l’adesione alla stazione unica appaltante provinciale “SUAP”, costituita presso la Provincia insieme ad altri 86 comuni. Suap che si sarebbe dovuta occupare di tutti gli appalti di lavori pubblici di importo pari o superiore a 150 mila euro e che avrebbe dovuto sottoporre alla certificazione antimafia tutte le imprese aggiudicatarie delle gare di competenza, con facoltà di revoca della aggiudicazione qualora fossero emersi elementi relativi ad eventuali infiltrazioni. La Convenzione, che nel frattempo ha esteso la competenza della Suap anche agli appalti al di sotto di 150 mila euro, è stata rinnovata ad aprile del 2011 da 75 Comuni sugli 86 iniziali, ma fra questi non c’è quello di Reggio Calabria. “Da allora – si legge nella relazione – mancano strumenti di tutela anticipata della legalità” aggiungendo: “è noto come il pervasivo controllo della criminalità si estenda maggiormente nella fase di esecuzione dei lavori, mediante l’affidamento ad imprese mafiose di sub-appalti, noli a freddo, noli a caldo e l’acquisto di forniture dalle stesse. E’ evidente, allora, come in assenza di “Accordi di Legalità” che estendano le informazioni antimafia appunto all’intera filiera degli esecutori e dei fornitori che intervengono in sub-appalto o si occupano delle lavorazioni minori, è di fatto sottratto alle incisive cautele antimafia l’intero “settore dell’indotto”, esposto, come detto, senza troppe difficoltà per la mancanza di controlli al rischio di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata”.
Le opere pubbliche
Poche. La Commissione rileva il numero esiguo di quelle avviate nel biennio 2011/2012 sottolineando come esse siano coperte finanziariamente o da somme rinvenimenti dalla devoluzione di mutui accesi in precedenza o da appositi finanziamenti ovvero ancora da trasferimenti di somme provenienti da altri soggetti pubblici. Nel dettaglio la Commissione su 254 affidamenti ne riscontra 132 con procedura negoziata – trattativa privata pari al 51% del totale; 76 affidamenti diretti ai sensi dell’art. 125, c 8, del d.lgs 163/2006 pari al 28% del totale; 45 affidamenti con procedura aperta pari al 20%; e infine 1 affidamento con procedura di somma urgenza.
Dal punto di vista metodologico, se da una parte la Commissione ammette che “le risultanze delle anomalie riscontrate che, comunque non paiono essere significative” dall’altra evicenzia “alcune inspiegabili irregolarità in merito ad una singola procedura, con riferimento alla carenza di motivazione in relazione alla scelta dell’operatore economico al quale affidare i lavori complementari…”
Le cose cambiano dal punto di vista della sostanza delle cose. In merito la Commissione scrive: “Si è avuto modo di constatare come la gran parte delle procedure negoziate (cioè gestite attraverso il sistema della trattativa privata e del cottimo fiduciario) e degli affidamenti diretti risulti appannaggio di un ristretto numero di ditte, molte delle quali presentano collegamenti diretti ed indiretti con cosche locali. Più precisamente, la Commissione di indagine ha potuto rilevare che quasi il 52% delle procedure di affidamento (n. 132 su n. 254 procedure di affidamento) sono state effettuate dai due Settori attraverso forme negoziate (cioè trattativa privata e/o cottimo fiduciario). A loro volta, la maggior parte di tali procedure negoziate (n. 70 su n. 132 affidamenti, pari al 53%) si è conclusa con l’aggiudicazione ad imprese locali, aventi controindicazioni di tipo mafioso”.
In soldoni significa che tra il gennaio del 2010 e il marzo del 2012 risultano assegnati lavori per 6.927.923,00 euro sui complessivi 12.988.629,00 euro impiegati dal Comune mediante tali procedure di affidamento.
Quanto ai 76 affidamenti diretti, nello stesso periodo 30 sono stati assegnati a ditte con controindicazioni di tipo mafioso (pari al 39%). Il che significa, in termini di valore, che tali imprese risultano beneficiarie di circa Euro 923.976 sui 2.270.484 impiegati dal Comune per affidamenti diretti.
Per avvalorare la loro tesi, i Commissari si rifanno alla sentenza del rito abbreviato riguardante l’operazione “Meta” in cui si fa riferimento all’interesse di diversi soggetti appartenenti alle organizzazioni criminali a partecipare ad importanti appalti pubblici.
“Dagli atti esaminati da questa Commissione di indagine – si legge ancora nella relazione – emerge come il sistema di affidamenti pubblici consenta di selezionare, secondo rotazione, le medesime imprese (con controindicazioni di tipo mafioso, che sfuggono alle cautele antimafia, trattandosi di contratti “sottosoglia”), che si aggiudicano, come sopra evidenziato, circa il 64% degli affidamenti gestiti dal Comune di Reggio Calabria, pur con procedure negoziate che, esaminate singolarmente, risultano per lo più esenti da gravi irregolarità. E appena il caso di osservare come il sistematico affidamento alle medesime imprese di lavori, forniture e servizi abbia determinato naturalmente la estromissione di fatto di altri operatori economici, assicurando alle stesse un ruolo di riferimento esclusivo nel reclutamento della manodopera, nell ‘acquisto di materiali, nel noleggio di mezzi e all’acquisto di servizi vari”.
In definitiva “emerge un sistema di affidamenti pubblici nel quale l’esercizio dell’azione pubblica posta in essere dall’ Amministrazione comunale di Reggio Calabria appare inadeguato ad evitare l’arricchimento dei clan criminali nonché ad indirizzarsi esclusivamente verso il soddisfacimento degli interessi generali riconosciuti dall’ordinamento”.




