
di Paride Leporace* – Un po’ beffardo un sabato d’estate ascoltare in giornale radio smozzicato che e’ morto un architetto e domandarsi chi e’. Ore dopo apri l’Ipad e’ scopri che
e’ morto Renato Nicolini, uno che portava il papillon (dal 1917 chi indossa questa cravatta dice qualcosa al mondo) e che nella tua e nelle vite degli altri ha contato molto. Che strana la vita. Stamane ero con Franco Arcidiaco e Antonella Cuzzocrea, due editori vecchio stampo che hanno dato nuova vita al mio Toghe rosso sangue e lo stesso avevano fatto con “L’estate romana” di Renato documento di quella svolta italiana, quando la sinistra tutta capi’ che avevamo bisogno di essere effimeri. Siamo stati insieme al castello di Corigliano a commemorare Piero Lo Sardo, altro tassello di Sessantotto scomparso d’estate. Resto’ sbigottito dal mio aneddoto antico sul sapere essere didattico nello spiegare al figlio chi era quel busto, mentre noi si stava con Oshima e Rouch in un palazzo romano pieno di cinefilia romana da lui spesso plasmata. Anch’io mi sono sentito plasmato da Nicolini. Volevo copiarlo quando sognavo di proiettare il Napoleon tra i Sassi di Matera alla sua presenza con orchestra dal vivo e omaggiarlo seduto a fiancondi Francis Ford Coppola. Non e’ stato possibile. Ma in effetti pensandolo lo fatto. Guardo il mare d’state e mi ricordo che in Calabria aveva proposto di rottamare la case abusive e Nicola D’Adamo aveva detto che era una buona proposta. Non abbiamo rottamato nulla ma l’abbiamo pensato. Penso al sessantotto, ai suoi leader depressi e suicidi, al settantasette e a me che ho 50 anni ed ho fatto due terzi di cammino. Cosa mi resta . Raccontare i morti come persone vive, e i vivi come dei morti. Amo chi legge e apprezza queste parole. Amo in modo effimero. Come Renato Nicolini. Uomo in papillon che rese bella Roma e l’Italia come Pazienza e Michelangelo
*direttore responsabile de “Il Quotidiano della Basilicata”




