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25 novembre, una speranza nel coraggio delle sorelle Mirabal

25 Novembre 2011
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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sorellemirabal
di Anna Foti –
Il telefono rosa, in Italia, la definisce una pandemia. E’ una delle principali cause di mortalità femminile. La violenza sulle donne, oggi fenomeno complesso che attraversa ogni

strato sociale, costituisce una diffusa e gravissima violazione dei diritti umani nel mondo. Un attacco al cuore dell’universalità ed indivisibilità dei diritti umani stessi. A determinarlo ci sono le storie di dolore quotidiano e vissuti difficili oltre che i dati allarmanti: sei donne su dieci, in tutto il mondo, vittime di aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari; centinaia di migliaia le donne che muoiono a seguito di violenza e milioni le vittime di aggressioni in ambito domestico per mano di mariti o partner, durante e dopo la relazione; molte sono madri, e i figli vittime a loro volta; ancora bassa la percentuale delle denuncie che secondo l’Istat in Italia non raggiunge neppure il 5%. Significativa anche la percentuale relativa al fenomeno dello stalking (strategia di persecuzione specie dopo un abbandono o la fine della relazione) che vede nel 75% dei casi uno stalker maschile e nel 25% uno stalker femminile.
Un allarme che non risparmia l’Italia e anche la nostra città. Un allarme che non conosce confini geografici ecco perché l’Onu ha istituito nel 1999 una giornata mondiale per sensibilizzare governi e società civile: il 25 novembre affinché la storia non dimentichi.
Le chiamavano farfalle, prima che la cieca violenza del regime interrompesse il loro volo verso la libertà. Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa. Tre donne, le sorelle Mirabal. Unite nel sangue dalla nascita fino alla morte, attiviste politiche, più volte imprigionate e torturate per la loro opposizione alla dittatura di Rafael Leonidas Trujillo degli anni ’60 nella Repubblica Domenicana. Il 25 novembre del 1960, dopo aver visitato i mariti in carcere, trovarono la morte in un campo di canna da zucchero dove e erano state trasportate per essere pugnalate strangolate.
In memoria di questo orrore nella stessa data del 1981, un mese prima dell’entrata in vigore della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei confronti delle Donne, si tenne la prima Conferenza di Donne Latinoamericane a Bogotà in Colombia. In quella occasione fu proclamata la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Nel tentativo di perpetuare il ricordo del loro sacrificio, simbolo di libertà dalle dittature, nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 54/134, ufficializza il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza contro le Donne. Radicata nella discriminazione di genere, la violenza sulle donne rappresenta la violazione dei diritti umani più diffusa nel mondo.
La situazione risulta notevolmente aggravata dall’impunità, causata da sistemi giudiziari in molti paesi non imparziali e corrotti, impianti legislativi carenti e inadeguati, regimi di tollerabilità dettati da retaggi culturali e tradizioni. Il mancato accertamento delle responsabilità attanaglia molti paesi, in cui tale fenomeno è quasi endemico, E’ così che tale piaga rimane drammaticamente privata, pur essendo invece una ferita sociale, E’ così che tale piaga risulta totalmente incurabile, oltre che inguaribile.
La forma di violenza sulle donne più comune si consuma tra le mura domestiche, quelle più insospettabili e invece più profanate. Forme di discriminazione caratterizzano ormai anche il luogo di lavoro. Una violenza che si espande quando il diritto di denunciare è soffocato dalla vergogna o dall’impunità, e il bisogno di raccontare dall’indifferenza. Essa non conosce confini geografici e la sua mappatura nel mondo è complessa.
Donne vittime di culture, di tradizioni disumane che ne pregiudicano libertà e integrità, di consuetudini sociali che ne ostacolano l’affermazione in quanto esseri umani. Milioni di donne abusate, mutilate, condannate a morte senza processo, giudicate irreversibilmente da parenti e dalla comunità. Migliaia quelle analfabete, escluse dalla società, schiavizzate, vendute e comprate, soggette a ferree regole familiari che ne mortificano la dignità, ne cancellano l’identità, ne condizionano la vita e ne decidono persino la morte. Vittime dei conflitti e di stupri etnici. Donne cittadine di serie B ma anche testimoni cruciali di quella violenza che nasce nella mente e si nutre pregiudizio. Donne che, anche da sole, portano avanti le battaglie che in realtà sono di tutti.
L’uguaglianza dei diritti è, infatti, una sfida di civiltà e dunque universale. Donne e uomini, indistintamente, rappresentano i tasselli fondamentali del puzzle eterogeneo, e per questo straordinario, dell’umanità. Risorse necessarie per quel cambiamento che recuperi quella metà di cielo offuscata dall’assenza di diritti e al contempo individui nella pari dignità, l’unica meta di un nuovo e necessario cammino comune. Il rischio, attuale e sottovalutato, è quello di riconoscere nella complementarietà tra uomo e donna, un limite e non una risorsa. Questo è l’errore compiuto da chi, ignorando e snaturando ciò, ha etichettato la donna come essere subalterno all’uomo. La distanza che separa tale condizione da una violenza sistematica e tollerata, è davvero minima.
Il primo allarme è dunque culturale e gli strumenti per incidervi richiamano le istituzioni politiche e la scuola ad un rinnovamento profondo del concetto di dignità, di identità di genere e di diversità, ad impegno che rifondi l’identità senza timore alcuno delle alterità. Un percorso di consapevolezza che ogni componente sociale deve portare avanti, che uomini e donne devono sentire proprio.
Una battaglia di civiltà, che può e deve essere condivisa, lontana da derive che contrappongano l’uomo e la donna; un cammino che si nutra della diversità per giungere al pieno e autentico rispetto di ogni alterità. La conquista dei Diritti è di tutti e per tutti, nessuno escluso. Per consegnare alla Vita che verrà un mondo con sempre meno violenza ed ingiustizie, in cui Bellezza e Libertà tornino a risplendere.

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