
di Luisa Nucera – Non fa più storia e non si contano più. Migliaia di immigrati che lasciano la patria per diventare clandestini in un territorio migliore.
Che affrontano l’avventura della partenza in condizioni disumane, disposti a rischiare la loro stessa vita. Eppure caratterizzano la nostra storia del Sud sempre più attento alla tolleranza e impegnato nel risolvere il problema dell’integrazione in un territorio dove emergono rigurgiti xenofobi. Caulonia, Riace e altri paesi che occupano una felice posizione geografica e dal cui orizzonte si intravedono i barconi che avanzano lentamente come se fossero dipinti sulle acque increspate del Mediterraneo, si sono distinti in termini di iniziative per aver dimostrato accoglienza. La storia della tolleranza del Sud. L’accettazione della diversità. La chiave per aprire le porte alla democratizzazione della società. Non sempre tuttavia si giunge ad un a perfetta integrazione. Non esiste ancora connubio di culture, tipico di chi si affaccia in un territorio nuovo e, lungi dall’adattarsi soltanto, mantiene la sua individualità convinto di essere capito ed accettato in toto. Offrire a chi arriva, se fortunato, nella nostra terra, la propria casa, il proprio sé, dargli ciò che ci appartiene, fa parte di un processo di sana e studiata accoglienza. Le amministrazioni si adoperano per attuare la migliore delle leggi sull’ospitalità. Ma l’ospite è e resta tale e non solo il clandestino. C’è chi si trasferisce per cercare un lavoro migliore e che quando arriva deve lavorare per mesi per racimolare i soldi del biglietto di ritorno. Perché sono molti quelli che vengono per poi ritornare al paese natio. Uomini e donne vengono da noi per poi, in un secondo momento, andarsene. Non sarà forse che le normative legate all’ospitalità, paradossalmente, limitano i diritti e i doveri non riuscendo ad offrire a chiunque un’accoglienza incondizionata? Derrida afferma che la legge dell’ospitalità assoluta ordina di trasgredire tutte le leggi dell’ospitalità…E se partiamo da un indicatore di identità sociale ci accorgiamo che neanche una lingua, o un dialetto, ci fanno comprendere che esso acquista, se mantenuto, un senso più ampio legato ai diritti dell’uomo. Figuriamoci gli atteggiamenti, la religione o gli usi, indispensabili per rafforzare l’identità, per far sì che i dubbi e le paure perdano fondamento. Integrare per accogliere o accogliere per integrare. La miscela di culture stimola e arricchisce oltre a far riscoprire la propria identità storico-culturale attraverso il confronto e la diversità. Siamo lontani da alcune capitali divenute proverbiali per il loro indiscusso cosmopolitismo. Città che assomigliano a villaggi globali intimi e progressisti e che, quasi di riflesso, nel 21°secolo, mantengono un’atmosfera tipica del 600 nell’architettura, nell’arte o nella gastronomia. Non si aspira alle grosse capitali e nemmeno ad utopistici processi d’integrazione. Ma al recupero dell’identità di straniero ed ospitante che, eliminando ogni pregiudizio, correda la mente di una dimensione estetica unica ed imprescindibile.




