
di Anna Foti – La compagnia di navi ‘Ignazio Messina’, che offre da ottant’anni un collegamento rapido e sicuro tra il sud Europa ed i maggiori paesi del bacino del Mediterraneo,
il Medio Oriente e il Sub-Continente Indiano, torna a popolare le cronache. Questa volta la nave che fa parlare di sé si chiama Jolly Amaranto.
Partita da Genova con 550 container, di cui 38 con materiale pericoloso, 16 marinai italiani e cinque romeni. Poi un’avaria, le cui cause rimangono ancora sconosciute, che la costringono a resistere ad un mare forza otto prima di essere raggiunta da un rimorchiatore partito da Creta. Rimane per due giorni in balia delle onde tempesta al largo delle coste egiziane, a 70 miglia dal porto prima di essere trainata dal rimorchiatore d’altura ‘Simoon’. Il cargo, gravemente danneggiatosi durante il recupero, si è poi inclinato e in gran parte inabissato, bloccando nei giorni scorsi l’ingresso al porto di Alessandria d’Egitto.
L’equipaggio, con componenti giovani tra cui il direttore di macchina trentenne e l’allievo ventunenne, è salvo, ma non il cane mascotte, Athos, che, non avendo voluto lasciare la nave, è annegato.
Si tratta di un’imbarcazione porta container denominata Jolly della Compagnia ‘Ignazio Messina’ che questa volta colora di ‘Amaranto’ il nome del suo mercantile e non di ‘Rosso’ come quella spiaggiatasi sulle coste della Calabria, proprio il 14 dicembre di dieci anni fa, nel 1990 a largo di Campora San Giovanni e Aiello Calabro e il cui carico ancora oggi è avvolto nel mistero.
Ironia della sorte oppure semplice coincidenza, comunque, senza nulla togliere a quella sentenza che assolve la compagnia mercantile dal reato di occupazione abusiva di demanio quale la spiaggia cosentina e a quell’archiviazione parziale con la quale veniva fugato ogni dubbio circa un possibile nesso tra lo spiaggiamento della Rosso e i rilievi tossici e radioattivi registrati nel tratto compreso tra i 370 metri e i 450 metri nelle acque di Belvedere Marittimo e di Cetraro, quella vicenda della Rosso ancora riserva dei lari oscuri. Allora si ipotizzò, ma rimase solo un sospetto circondato da svariate contraddizioni e spesse ombre ma solo tale, che vi fosse un carico radioattivo su quella nave e che quello spiaggiamento fosse in realtà un affondamento fallito.
Una delle tante presunte navi dei veleni affondate nei mari di Calabria. Tuttavia, nessuna prova.
Dal faldone di inchiesta condotta dalla procura di Reggio Calabria, prima, e di Paola, poi, due filoni ancora in piedi: uno di competenza della DDA di Catanzaro per il presunto coinvolgimento della ndrangheta nello smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi, e l’altro relativo ad interramenti sempre meno presunti nel torrente Oliva nel cosentino che fino ad oggi nessuno collegamento comprovato hanno con la motonave Rosso spiaggiatasi in quella zona. In quell’area sono state, comunque, rilevate presenze di fanghi industriali, con picchi di radioattività, nel sottosuolo. Non ci sarebbero fusti.




