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    Asilo politico: diritto o alibi?

    di Anna Foti – Rifugiato è colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole avvalersi della protezione di questo Paese.

    (Art. 1 Convenzione Onu Status Rifugiato – Ginevra 1951)

     

    Ebbene in un tempo in cui decine di conflitti armati sono in corso nel mondo, la povertà e le violazioni di diritti fondamentali dilagano e il diritto di asilo per chi fugge da questi luoghi trova sempre meno applicazione, l’Italia diventa un paese di perseguitati politici e Cesare Battisti, ex terrorista e condannato in contumacia all’ergastolo, è riconosciuto un rifugiato politico in Brasile. Membro dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC). Battisti era diventato latitante in Francia dopo essere stato condannato in Italia per quattro omicidi e diverse rapine con sentenze passate in giudicato. Per lui la pericolosità e il pregiudizio alla pubblica sicurezza non sono l’ostacolo al riconoscimento dello status di rifugiato politico ma ne costituiscono una incomprensibile e inaccettabile garanzia. Come accadde anche per il dittatore paraguayano Alfredo Stroessner, protagonsta del secondo regime militare più lungo dopo quello castrista in America Latina, condannato per crimini contro l’umanità e anch’egli non estradato dal Brasile. Nonostante, infatti, le ripetute richieste dell’Italia, compresa le ultime ufficiali del ministro di Giustizia  Angelino Alfano e del ministro degli Esteri Franco Frattini al presidente brasiliano Lula da Silva, il paese sudamericano non ha concesso la estradizione di Cesare Battisti in Italia. Evaso dal carcere nel 1981, dopo due anni di reclusione, Battisti arrivò clandestinamente in Francia, Mitterand presidente, prima di trasferirsi con moglie francese in Messico.

    Qui ebbe una figlia e si affermò come scrittore. Fu proprio durante quella permanenza in Messico che, per quattro omidici commessi tra il 1977 e il 1979, fu condannato  in contumacia dalla magistratura italiana, il cui mandato sembra destinato a rimanere incompiuto. Il ritorno in Francia  nel 1990 fu poi segnato dalla prima richiesta di estradizione del governo italiano e dal suo arresto, tramutatosi poi in una scarcerazione. Intanto la sua attività di scrittore, di impronta spiccatamente radicale, divenne sempre più intensa e le pubblicazioni numerose. Nel 2004 la nuova richiesta di estradizione del governo italiano, la dichiarazione di estradabilità del presidente francese Chirac, il rigetto del ricorso in Cassazione in Italia avverso le sue condanne e la sentenza del Consiglio di Stato francese favorevole all’estradizione. Ecco che, innanzi ad un atto di rispetto per l’operato della magistratura del nostro paese e ad un diniego di protezione ulteriore nei confronti di colui che il Brasile ha trasformato in un perseguitato politico, Battisti si è reso latitante. Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo interpellata nel 2006 ha rigettato le difese della posizione di Battisti, ritenendo il ricorso inammissibile. Ma nonostante ciò, si ritiene che la magistratura italiana abbia condannato Cesare Battisti per le sue idee politiche e non per gli omicidi di cui si è macchiato nel professarle durante gli anni più bui della storia italiana. Non si tratta di un reato che la legge italiana persegue per la sua matrice politica. L’omicidio in Italia non è un reato politico o di opinione, ma è un reato contro la persona. Dunque la legge brasiliana, appellatasi al divieto di estradare persone accusate di reati di opinione, sta violando oltre che la propria ratio, anche la legge italiana e quella internazionale. Ma non è la prima volta dal momento che anche altre persone, quali Achille Lollo, Pietro Mancini e Luciano Pessina,  imputate in processi per reati commessi nella stagione del terrorismo, hanno vissuto liberamente in Brasile, senza essere estradati in Italia.

    La latitanza dell’ex-militante dei Pac sarebbe finita nel 2007 in Brasile, dove dopo essere stato arrestato si sarebbe aperta la querelle relativa al riconoscimento dello status di rifugiato politico. A pronunciarsi in senso negativo, lo scorso novembre, il ministro di Giustizia brasiliano Tarso Gento e il Conare, organo di prima istanza per le richiesta di asilo in Brasile. Ad aprile favorevole all’estradizione si era dichiarato il procuratore generale brasiliano Antonio Fernando Souza. Ma la posizione del ministro Gento muta in seguito, fino a divenire incline a ritenere fondate le motivazioni di persecuzione per motivi politici e di opinione, ritenendo il processo a carico di Battisti non equo ma viziato da ideologia. Il 13 gennaio 2009 viene ufficializzato il tutto Cesare Battisti, condannato in Italia in contumacia è un rifugiato politico. Mentre in Italia si annunciano da più parti manifestazioni di protesta contro la decisione del governo brasiliano ritenuta offensiva e irriverente nei confronti dell’Italia tutta, istituzioni e comunità, stretta attorno ai familiari delle vittime del terrorismo degli anni di Piombo. Quelle stesse vittime a cui non si è neppure stati in grado di garantire quella minima giustizia postuma.