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    Verso la messa al bando delle bombe a grappolo

    bombegrappolo.jpgdi Anna Foti – 4000 civili uccisi in Iraq. In Kossovo più vittime delle mine antiuomo. Per più di 40 anni , in più di 20 paesi, hanno ucciso, mutilato e inferto dolore indicibile a migliaia di persone, soprattutto bambini. 440 milioni sono inesplose e disseminate in 24 paesi del mondo, ma adesso la loro messa al bando è un obiettivo vicino. Anche l’Italia tra i 100 governi che hanno sottoscritto a Oslo, nei giorni scorsi, il trattato per la messa al bando delle cluster bombs, bombe a grappolo le cui submunizioni rimangono pericolose per decenni se non esplose immediatamente dopo il lancio. Dopo i Trattato di Ottawa del 1997 e la battaglia per la messa al bando delle mine antiuomo, ancora utilizzate da Russia e Myanmar e disseminate nella misura di 14 milioni di ordigni in dieci paesi, la nuova battaglia intrapresa dal cartello di oltre 250 organizzazioni, tra cui Amnesty International, per arginare l’uso delle bombe a grappolo, anch’esse particolarmente devastanti per la persona. il percorso della Cluster Munition Coalition è iniziato con un processo multilaterale di negoziato durato cinque anni, con un primo riscontro importante ottenuto a Oslo nel febbraio 2007 quando 47 paesi si impegnarono con una dichiarazione di intenti.

    Tra questi anche l’Italia. Il successivo passo fu l’ingresso di altri 27 paesi a Lima nel maggio dello stesso anno. Il risultato finale è stato la proposta di moratoria sull’uso di questo pericolosissimo ordigno che minaccia ancora le popolazioni di 24 paesi. Tale proposta è stata recepita nella bozza di Trattato siglato a Dublino nel maggio di quest’anno e adesso consacrata in un Trattato aperto alla firme il 3 dicembre scorso. Non fanno parte dei 100 che hanno aderito i paesi maggiori produttori di questi ordigni ossia Russia, Stati Uniti, CIna, Pakistan, India e Israele che ne ha fatto un uso massiccio nei conflitto in Libano. L’entrata in vigore del trattato adesso dipenderà dalla ratifica di almeno trenta Stati sottoscrittori.

     

    La necessità di un trattato ad hoc è indiscussa dal momento che la fonte di diritto internazionale che dovrebbe vietare l’uso delle bombe a grappolo è il Protocollo V riguardante gli ordigni inesplosi della Convenzione Onu relativa ad alcune armi convenzionali (Ccw). Essa non è stata sottoscritta, e dunque non è vincolante, per molti paesi, tra cui anche l’italia, che invece avevano sempre manifestato l’intenzione di adottare una normativa specifica. Il nostro paese, infatti, all’atto di vietare l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle mine antiuomo con la legge 375 del 1997, quando ancora i suoi arsenali ne possedevano 7 milioni di unità la cui distruzione è stata ultimata nel gennaio 2003, si era già impegnato per la messa al bando delle bombe a grappolo. Ciò nonostante fosse uno dei 57 paesi al mondo a possedere nei propri arsenali tali ordigni e ad aver partecipato a missioni in cui gli alleati ne avessero fatto uso, come avvenuto in Kossovo, in Iraq, causando più morti tra i civili. Solo nell’ottobre del 2007 la Simmel Difesa spa di Colleferro, in provincia di Roma, dopo avere a lungo negato di produrre bombe da mortaio  da 81 e 120 millimetri e proiettili d’artiglieria da 155 millimetri entrambi contenenti sub-munizioni, ha comunicato di aver cessato la produzione di munizioni a grappolo. Segno di una volontà finalmente raggiunta di non essere più complici di veri e propri massacri. Colpire i nemici, rendere strade impraticabili, distruggere infrastrutture. Tutte scuse. Drammaticamente e semplicemente guerra e migliaia di vittime inermi. Pur riconoscendo il valore che tale trattato riserva al futuro di moltissimi paesi, rimane da chiedersi se si possa intervenire per la neutralizzazione di quelle rimaste inesplose e dunque ancora pericolose per intere popolazioni.