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    Violenza sulle donne: la famiglia sempre meno "sacra"

    donne1.jpgdi Anna Foti – “La violenza sulle donne è la violazione dei diritti umani più diffusa nel mondo”, come dichiarato da Irene Khan – segretaria generale di Amnesty International).  Non è necessario recarsi in un altro continente o uscire dai confini nazionali per incontrare delle donne che hanno subito violenza. In Italia, secondo dati Istat, un terzo delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale. Sei milioni di donne sono vittime di abusi. Due milioni sono vittime di stalking da parte di ex fidanzati o ex mariti. Oltre il 60% delle donne vittime di stupri ha subito violenza dal proprio partner o ex partner. Neanche l’8% denuncia e solo il 2,8% si rivolge ai centri antiviolenza. In 6 casi su 10, il delitto di omicidio in famiglia è subito da una donna. Il dato incoraggiante, ma assolutamente non esaustivo, è che sono in aumento le denunce; nel 2001 sono stati 4224 i delitti denunciati e 4571 nel 2004, con 1530 condanne a fronte di un numero consistente di autori ignoti. La piaga della violenza contro le donne, la spiccata declinazione nelle forme della violenza domestica e della violenza sessuale nel nostro paese e anche nella nostra città, per quanto sintomi di un problema culturale sono la base di partenza per interventi di sensibilizzazione, sostegno e prevenzione.

    Da non trascurare è anche il fenomeno della tratta –  382 arresti a fronte dei 3215 denunciati nel 2005 secondo i dati della Direzione Centrale della Polizia Criminale – che in Italia riguarda 50 mila donne di cui una su tre minorenne, per un giro di affari pari a 5/7 miliardi di euro (V Relazione al Parlamento del Comitato Interministeriale dei Diritti Umani del 2003).

     

    Il primo traguardo è quello della visibilità degli episodi di abuso al di fuori delle mura domestiche o dei luoghi in cui si consuma, e dunque la riconoscibilità del problema. Per incoraggiare le donne vittime di violenza a denunciare è necessario creare un contesto sociale sensibile, libero dal pregiudizio, in cui gli strumenti di tutela siano noti e accessibili. In questo senso le istituzioni locali hanno avviato a tutti i livelli una riflessione che coinvolge la Regione, nella persona della Consigliera di Parità Maria Stella Ciarletta, la Provincia, nella persona della consigliera di Parità Daniela De Blasio, il Comune di Reggio Calabria nella persona di Giovanna Cusumano, consigliera delegata al settore delle pari Opportunità. Si affina sempre più l’attenzione al territorio anche grazie all’operato delle commissioni di Pari Opportunità di Regione e Comune. In particolare a palazzo San Giorgio sta prendendo corpo il progetto di un Osservatorio contro la Violenza sulle Donne e sui Minori, fortemente voluto dalla presidente di commissione Anna Maria Rosato e dalle commissarie tutte, ufficializzato in data odierna in occasione di un Consiglio Comunale aperto alla cittadinanza. Lo scopo è quello di creare una rete di risorse a sostegno delle donne vittime di violenza, integrando i servizi sociali e sanitari del territorio. Un filo rosso lega tutte le donne vittime di violenza. Un filo che oggi ha unito la nostra città alle donne vittime di violenza domestica in Messico e alle attiviste per i diritti umani in Nicaragua, con la raccolta di firme proposte da Amnesty International. Ma oggi è anche la giornata del ricordo di Orsola Nicolò, madre di tre figli e uccisa dal marito a Montebello Jonico lo scorso settembre, con la celebrazione della Messa presso la Chiesa del Buon Consiglio di Fossato Jonico. La proposta della presidente della commissione Pari Opportunità Antonia Lanucara arriva forte e chiara ed è rivolta al governatore Loiero affinchè si costituisca parte civile nel processo contro il marito, Francesco Manti. Anche a palazzo Campanella si progetta per fare rete con la scuole e con i media. In particolare la commissaria Ignazia Crocè  è autrice del Codice di Autoregolamentazione introdotto nel Libro Bianco “Women and Media in Europe”, che ha trasposto sullo scenario europeo la questione dell’impatto di genere nel settore dell’informazione e della comunicazione.

     

    Nonostante in Italia vigano delle leggi finalizzate al riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna e al pieno riconoscimento di pari dignità, il fenomeno della violenza imperversa e rimane spesso sommerso e impunito. Incessante e instancabile deve essere allora il lavoro di tutte le componenti istituzionali e sociali coinvolte.  La Costituzione, testo in cui l’ordinamento giuridico italiano riconosce la propria fonte principale, sancisce tra i suoi principi fondamentali la pari dignità sociale e l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini. ”Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso (omissis)” – articolo 3 della Costituzione. Sulla scia di questa disposizione costituzionale, i contenuti della Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei confronti della Donna (Cedaw –Onu 1979), che l’Italia stessa ha ratificato nel 1985, trovano ampia rispondenza. La legislazione italiana si adegua con interventi a tutela della maternità e delle pari opportunità, anche se sotto questi aspetti un regresso si registra con l’avanzare di pratiche contrattuali improntate alla flessibilità. La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha inoltre sancito l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e la pari responsabilità in materia di educazione dei figli (artt. 29 e 30 della Costituzione, artt 143-144 e 147 del codice civile). Si dovrà attendere il 1981 per la scomparsa dal nostro ordinamento del delitto di onore che consentiva ai mariti di godere di notevoli sconti di pena in caso di omicidio della moglie adultera e proponeva il matrimonio come espediente per estinguere il reato di stupro. La legge penale italiana consta inoltre di una serie di reati in materia di violenza fisica, psicologica, sessuale, domestica, familiare che pone centralmente la figura della donna, specie se minore, vittima di violenza. Ad implementare il quadro normativo relativo alla tutela della donna e finalizzato a contrastare le forme più diffuse di violenza nei suoi confronti, citiamo la legge 154/2001 sulla tutela della donna nelle relazioni familiari e la legge 66/1996 sulla violenza sessuale, che ha inserito tale fattispecie criminosa tra i delitti contro la persona sottraendola alla precedente collocazione tra i reati contro la morale. In materia di traffico e riduzione in schiavitù la legge 228/03 ha introdotto le misure contro la tratta di persone istituendo dei reati specifici. Con riferimento a questo, tuttavia, l’Italia, risulta ancora tra i paesi che non hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa contro il Traffico di Esseri Umani, in vigore dal febbraio scorso. Amnesty International ha più volte sollecitato il governo italiano ad ottemperare, attraverso questo strumento internazionale, all’obbligo di prevenire la Tratta imposto dall’art. 6 della Cedaw. In materia di sfruttamento e prostituzione la legge 75/58  – nota come le legge Merlin – ha introdotto degli strumenti di lotta contro lo sfruttamento della prostituzione e la legge 269/98 si è occupata invece delle norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale a danno di minori. Introdotto, qualche anno fa, inoltre, il nuovo articolo del codice penale, art. 583 bis, che istituisce il reato di mutilazioni degli organi genitali femminili, pur non riconducendo a tale fenomeno una specifica ipotesi di riconoscimento dello status di rifugiato alle donne che nel loro paese rischiano di essere sottoposte forzatamente a tale pratica. Tale lacuna dovrebbe essere colmata dalla specifica legge sul diritto di asilo, ancora inesistente. Maggiormente favorevole dovrebbe essere, inoltre, la protezione offerta alle donne straniere che fuggono da situazioni di violenza. L’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998, infatti, ha istituito i progetti di protezione sociale, in base ai quali si prevede il rilascio del permesso di soggiorno al fine di “consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”.