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Reggio e la sua storia di devozione

12 Settembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che
qual vuol grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre. – (Dante – Paradiso canto XXXIII

di Anna Foti – E’ un abbraccio di folla commossa e assorta in preghiera quella che ogni anno accoglie la sacra Effige della Madonna della Consolazione, quando esce dalla Basilica dell’Eremo per raggiungere la Cattedrale del Duomo. E’ immutabile quell’afflato che circonda il quadro Immacolato e che ha la capacità di rimanere intatto lungo tutto il pellegrinaggio dietro la Vara. A scandire il cammino, i tanti canti di preghiera che si sciolgono in pacati applausi. Come da tradizione ormai cara al cuore di chi è devoto e si affida alla misericordia di Maria Santissima, infatti, la Vara, sostenuta dai portatori e seguita da sguardi di speranza, cuori in attesa e animi riconoscenti, giunge nella tarda mattinata nel cuore della città, dove rimarrà fino a novembre quando sarà nuovamente riportata sulla collina dell’Eremo. A precedere il quadro, istituzioni religiose e civili che, unitamente alla cittadinanza, con momenti di preghiera confermano la centralità della figura di Maria, madre dell’Amore e nell’Amore, nella vita dei Reggini. Nella Sua sofferenza, nel Suo sacrificio offerto senza condizioni al volere del Padre Onnipotente, la chiave di lettura redentiva del dolore diventa come viatico salvifico tramite il quale riscoprire l’autenticità del dono di Amore di Cristo attraverso di Lei.

 

La devozione alla Madonna ha radici antiche che lo storico mons. De Lorenzo fa risalire al 1460, quando una donna, prostrandosi ai piedi di una immagine sita in Campidoglio a Roma, chiese la grazia per il figlio innocente condannato a morte. Si narra che al momento dell’esecuzione apparve la Vergine, allargò il cappio stretto intorno al collo del giovane e trattenne le braccia del carnefice. Dopo allora tutti condannati a morte in cammino verso il patibolo, si affidavano a quell’effigie. Nacque così la storia di Maria, Vergine Consolatrice della madre angosciata e del figlio innocente. Solo un secolo dopo anche la città di Reggio si sarebbe aperta al culto mariano.

 

Era il 21 novembre 1567 quando il popolo reggino celebrò la prima festa in nome della Madonna della Consolazione, accorsa in aiuto durante la lunga pestilenza che quello stesso anno causò la morte di settecento dei settemila abitanti di Reggio e che dall’altra parte dello Stretto, a Messina, avrebbe continuato a mietere vittime anche nel 1568.  Fu dunque la gratitudine, la riconoscenza verso un atto di benevolenza a scrivere la prima pagina di una storia di devozione e affidamento che oggi rappresenta una delle tradizioni più toccanti e suggestive della nostra cultura. Un dono di Fede rivolto al popolo reggino che ha saputo accogliere nel proprio cuore il mistero della Misericordia, lasciandosi consolare in un momento di buia disperazione. E proprio per ricordare quel primo atto di riconoscenza che ogni anno la domenica successiva al 21 novembre la cittadinanza devota condivide la preghiera stretta quotidianamente nel proprio cuore e nel proprio intimo. L’occasione è quella del ritorno dal Duomo alla collina dove oggi sorge la basilica dell’Eremo e dove un tempo vi era quella terra benedetta perchè lavorata con quella fatica che nobilita le mani consumate degli umili contadini. Lassù, nei pressi di contrada Botte, un tempo sorgeva una cappella consacrata alla Madonna della Consolazione e un ospizio per eremiti, poi donati nel 1533 dal proprietario del terreno Giovanni Bernardo Mileto alla comunità dei Cappuccini provenienti dal monastero di Vallettuccio nel territorio di San Lorenzo che ne fecero una chiesa più capiente, divenuta subito riferimento per le province francescane del Meridione d’Italia. Qui anni dopo trovò rifugio il quadro raffigurante la Madonna della Consolazione affiancata da San Francesco d’Assisi con le stimmate, una croce di legno e il libro della Regola Francescana e da Sant’Antonio da Padova con il giglio e il libro di Teologia. Sul capo della Madonna, due angeli a sostenere la corona e la palma del martirio e della gloria. Si tratta di un’opera realizzata su legno di noce da Nicolò Andrea Capriolo e donato dal gentiluomo reggino Camillo Diano nel 1547 alla comunità dei Cappuccini. Una storia di devozione le cui pagine si susseguono nei decenni e nei secoli successivi. Fu, infatti, il reggino fra’ Antonino Tripodi ad annunciare in modo prodigioso la liberazione della città dalla peste dopo l’apparizione dell’Immacolata ad esso nel 1577; ancora la Madonna della Consolazione veniva acclamata come protettrice della città dalle incursioni piratesche. Questa la storia ufficiale riportata nel “Racconto della Madonna della Consolazione” di don Ercole Lacava. Ma accanto ad essa esiste anche anche la leggenda di un ritrovamento prodigioso del quadro da parte dei contadini nelle pieghe della terra. Si narra infatti che da allora il quadro sia stato sollevato e trasportato da pescatori, in più occasioni, nel Duomo della città. Tuttavia ogni volta esso riappariva lì in collina, dove era stato rinvenuto. Così si intreccia quella storia antica che oggi chiama i fedeli reggini a seguire il quadro nei suoi pellegrinaggi in città, dalle sue alture verso il mare.

 

 

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