
di Anna Foti – E’ pressoche millenaria la pagina di storia reggina che orgogliosamente unisce una profonda religiosità ad una accorata tradizione popolare. E’ la storia dei portatori della Vara, culla della sacra Effige della Madonna della Consolazione sostenuta e trasportata da centinaia di uomini che prestano gambe, braccia e cuore al momento più suggestivo e condiviso della vita della nostra comunità.
Sul filo del grido W Maria, si scioglie in cori e applausi la moltitudine di fedeli che, sempre numerosa e fiduciosa, segue la Vara, ne sostiene e ne incita i portatori. Una storia che racconta di affidamento e di fede, di sacrificio e devozione, di consolazione e di speranza. Una storia che lega fittamente la Madre Immacolata ad un popolo reggino che in essa oggi, come centinaia di anni fa, riconosce la propria Protettrice. Ed ai portatori è dedicata ogni anno la preghiera con cui la sacra Effige lascia il Santuario dell’Eremo per abbracciare e stringere a sè la cittadinanza, in fermento lungo la scalinata e poi giù per il centro, accorsa per accompagnare la vara nel suo percorso verso la Cattedrale del Duomo.
Una tradizione che invita a vegliare la notte precedente e a seguire, la prima domenica dopo l’8 settembre, quel quadro in legno di noce incastonato in una lamina di argento, eseguita tra il 1824 e il 1831, che chiamiamo Vara. Si conferma ogni anno quella tradizione che vede la stessa Vara condotta a spalla dai portatori dalla Basilica, che la custodisce nella pala di altare in bronzo realizzata da Alessandro Monteleone, fino alla cattedrale del Duomo. Qui nel cuore della città, la sacra effigie dimora ogni anno in attesa di essere riportata là sul monte dove tutto iniziò, come leggenda narra, un giorno mentre un contadino lavorava la terra. Una storia di Amore corrisposto e mai sopito.
Una storia che si compie ogni anno e che poi si completa a novembre con il ritorno al Santuario sempre su quelle gambe. Sempre con quelle quattro stanghe di legno sollevate da otto gruppi di uomini. Sempre su quelle spalle. Sempre con quella devozione, con quel sacrificio che non conosce rivendicazione ma solo una devozione appassionata. Un atto di affidamento che non è fatica, ma un canto di preghiera offerto con spirito di servizio ad un’intera cittadinanza. Un dono che non si consuma nell’attimo in cui viene promesso, ma decanta solenne e instancabile. Una tradizione che si tramanda di generazione in generazione e che solo da alcuni anni gode di un’ufficiale formula associativa, attraverso la quale persegue esclusivamente finalità di solidarietà e carità, che annovera tra i suoi centinaia di componenti diciottenni e ultraottantenni. Braccia esperte, dunque, ma anche braccia giovani che si intrecciano quasi a confondersi in unico abbraccio che si estende alla moltitudine di reggini ansiosi di affidare e affidarsi e che, per le loro preghiere, inesauribilmente si spende.




