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Pechino 2008: la libertà non è un gioco

7 Agosto 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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di Anna Foti
– La torcia Olimpica ha concluso il proprio viaggio, salendo sull’imponente e rappresentativa Muraglia Cinese. Oggi, via ai Giochi di Pechino cui parteciperanno 347 atleti italiani. Tutto pronto per le competizioni di atletica, canottaggio, nuoto, vela, canoa, scherma, pallanuoto, pallavolo, calcio, badminton, ginnastica, ciclismo

e tanto altro, nonostante i tentativi di boicottaggio dei mesi scorsi e le proposte di diserzione della cerimonia inaugurale dell’ultima ora, lanciate anche da alcuni esponenti della maggioranza di governo del nostro paese. Intanto Pechino risponde agli Stati Uniti di non ingerire in questioni interne alla Cina, quali sarebbero la sistematicità di violazioni diritti fondamentali. Dal canto suo il presidente francese Sarkozy, in rappresentanza dell’ Ue, ha redatto e inviato al governo cinese una lista di casi di abusi. Il paese che ospiterà la grande e prestigiosa manifestazione sportiva, infatti, vanta primati come quello di eseguire il maggior numero di condanne a morte all’anno, di reprimere sanguinosamente l’aspirazione indipendentista del Tibet, di perseguire le minoranze, di negare i diritti sindacali dei lavoratori, di vietare la pianificazione familiare e di limitare la libertà di espressione e di informazione dei cittadini. Un quadro di forte e allarmante spessore denunciato da Amnesty International, simbolicamente definitasi sponsor per i diritti umani durante la sua campagna di sensibilizzazione che ha preceduto i ciochi. Il tutto risulta aggravato dall’impegno disatteso del governo cinese che, all’atto della designazione come sede dei giochi, si era assunto responsabilità precise con riferimento a riforme nel campo dei diritti umani mai attuate. 

Accanto all’attenzione per l’ambiente con le targhe alterne e la ricetta anti smog, agli sfarzi dei cinque cerchi e delle bandiere che adornano la città e la Muraglia, infatti, c’è un’altra storia da raccontare. In Cina ci sono oltre cinquanta diverse nazionalità per un totale di 81 milioni di abitanti. 157 aree autonome e cinque regioni. Tra queste anche la regione autonoma del Tibet, tornata ad essere attraversata da fermenti separatisti violentemente repressi da parte del governo cinese nei mesi scorsi. Ciò non accadeva dal 1959 quando il Dalai lama, leader religioso e politico del Tibet non si rifugiò in esilio nell’India settentrionale. Proprio in quei giorni la capitale della regione tibetana, Lhasa, è divenuta scenario di proteste, scontri, violenze, morti e arresti di cui, sebbene restasse sconosciuto il luogo di detenzione, quasi certa  era invece la pratica di maltrattamenti e torture. E ciò accadeva solo pochi mesi prima di questa giornata di grandi festeggiamenti.

 

Che lo spettacolo abbia inizio e i riflettori allora si accendano su Pechino e sulle pregevoli gesta atletiche dei partecipanti, senza dimenticare tuttavia che non tutto è un gioco. Occasioni come questa, di grande risonanza internazionale, possono offrire spazio e visibilità ad una dimensione che di spettacolare e positivo ha ben poco, ma che invece è doveroso conoscere per pretendere un cambiamento e un serio impegno civile. Delitti contro la persona e reati comuni puniti con la pena di morte (1), controllo forzato delle nascite(2), persecuzione di attivisti per i diritti umani, dissidenti politici, seguaci di movimenti spirituali e giornalisti (3), censura dell’informazione (4), arresti arbitrari (5). Cinque forme di abusi che non attraggono e non brillano come i cerchi dei cinque continenti, ma che si consumano nell’ombra e nell’indifferenza. Il rischio ancor peggiore, a questo punto, è che, terminate le Olimpiadi, su tutto ciò torni a non essere fatto più neanche un cenno.

 

 

 

 

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