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"Alba e tramonto": mille modi per non dire "droga"

3 Luglio 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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conferenza.jpgLINGUAGGIO CODIFICATO PER INGANNARE GLI INVESTIGATORI
di Claudio Cordova
Poche pagine per l’insolita precisazione: le intercettazioni telefoniche sono uno strumento di inestimabile valore per l’attività investigativa. Comincia così la richiesta di ordinanza di custodia cautelare, presentata al Gip dalla Dda di Reggio Calabria

relativa all’operazione antidroga, di qualche giorno fa, denominata “Alba e tramonto”; dettaglio, quest’ultimo, che la criminalità sembra aver colto al volo: dalle intercettazioni telefoniche e ambientali la malavita si difende con sempre maggiore fantasia. Sono infatti innumerevoli i termini “alternativi” adottati  dagli indagati nel tentativo di ingannare le orecchie degli inquirenti. Capita quindi che, per indicare la droga, dei più svariati tipi, ricorrano spesso termini quali “nipotino”, “capra”, “portafiori”. Alcuni esempi:  “Ci vediamo sotto casa tua?”, dice uno degli indagati (gli arrestati sono in tutto ventisette), mentre l’altro risponde “Ah, eh, aspettatemi sotto casa mia che sono ad Anoia e vado a prendere il nipotino”. Oppure: “Se conosci qualcuno…. a Scido… chee… mi serve una capra”. E ancora: “….io sono andato alla jonica per prendere due portafiori e sto venendo….”.

 Il linguaggio è chiaramente codificato e la canapa, ad esempio, viene individuata facendo riferimento a cassette di un non meglio precisato vegetale: ogni cassetta corrisponde a un chilo di stupefacente. Ma l’elenco è interminabile: “fotocopia”, “quadro”, “operai”, il termine dialettale “imbasciata”, “blocchetti”, “macchina”, facendo riferimento a svariati modelli (Opel Astra, Fiat Punto, Renault Clio, ogni modello corrisponde a un tipo di droga), e ancora “appartamento”, “telefonino”, “giovanotta”, “film” e la triade di agrumi “mandarini”, “clementine” e “arance”.

Le inchieste moderne si basano, infatti, per circa l’85%, sull’enorme mole di intercettazioni telefoniche e, siccome l’esperienza insegna, per gli indagati il timore di essere intercettati diventa, sempre di più, un’ossessione. Come può leggersi nella richiesta della Procura “dall’ascolto delle conversazioni intervenute tra i soggetti facenti capo al sodalizio, emergeva una particolare cura nel non parlare apertamente delle attività criminose svolte ed un continuo ricambio di schede telefoniche nel timore che terzi potessero ascoltare le loro conversazioni”. E così la cocaina viene nascosta dietro l’espressione, apparentemente innocua, di “moto bianca”, mentre la canapa indiana viene indicata, dagli indagati, utilizzando il nome in codice “marmo”: ciò nella speranza di non destare sospetto nell’eventualità di essere intercettati, approfittando della circostanza che uno degli uomini arrestati, Sebastiano Bruzzese, svolge proprio l’attività di marmista.

Ma, con una logica camaleontica così originale e perversa, anche domande all’apparenza naturali come “Hai mangiato?” nascondono, invece, una reale richiesta di cocaina: “Eh….cerca di mangiare veloce…”. Vengono usate anche affermazioni di tipo atmosferico: “aa..pp .. c’èèè mmmh … tempo non tanto buono per il mmh …. al momento …. aspettiamo uuun paio di giorni ancora e vediamo se esce il sole….”, prive di codifiche queste parole indicano che non è ancora il momento opportuno per svolgere affari.

E così, tra “croccantini per il cane” e “carne” (“te la faccio a pezzi la carne, non so quanti chili vuoi…”) per capire se sia necessario o meno tagliare la droga viene posta la candida domanda “Senti un poco…senti ma al cancello ci passi solo l’antiruggine?”.

E’ proprio vero: la necessità aguzza l’ingegno.

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