DA QUASI 20 ANNI IL DOCENTE CHIEDE DI DISARMARE I CALABRESI
Motivi di sicurezza alimentare impongono di conoscere la filiera che precede la consegna del prodotto che arriva sulle nostre tavole.
Analogamente accade per altri prodotti.
Meccanismi di controllo, opportunamente, preservano diritti e bene comune, a meno che non si tratti di armi. Qui la zona grigia imperversa.
L’Italia è oggi tra i maggiori esportatori anche verso paesi in guerra, pur avendo una legge che lo
impedirebbe e che sottoporrebbe al rigido controllo ogni spostamento di armi, specie se non civili e leggere. Al momento non esiste un catasto delle armi possedute nel nostro paese.
Eppure parliamo di strumenti naturalmente destinati ad offendere e ledere la persona. Accanto a questo, oggi esiste un commercio incontrollato, tuttavia non incontrollabile, che produce morte, violenza e alimenta degrado.
Un braccio finanziario strettamente legato a quello armato.
Ci sono aziende che fabbricano e commercializzano armi, governi e privati che le acquistano e le vendono e persone che le utilizzano contro altre persone. Per milioni di persone è addirittura più facile possedere un’arma che avere una bottiglia d’acqua. In alcuni paesi, come l’Italia, la detenzione abusiva di armi da sparo, con naturale destinazione offensiva e lesiva, è considerata meno grave della detenzione di droga.
Ciò significa che la loro circolazione, premessa tutt’altro che trascurabile di gesti istintivi ma drammaticamente irreversibili, non è percepita con l’adeguata pericolosità con cui dovrebbe esserlo. Possedere un’arma deve richiedere la responsabilità di comprenderne il potenziale altamente distruttivo.
Ma cosa accade quando la legge è indulgente in un paese dove la produzione di armi leggere segna uno dei primi posti tra le voci di profitto e dove il semplice possesso di armi, purchè denunciato, è così ben tollerato anche in territori con alti tassi di violenza e criminalità anche di stampo mafioso e con un elevato livello di prevaricazione sociale e degrado?
Cosa accade quando la percezione del pericolo e del bisogno di sicurezza sono più stringenti di quella dello Stato e si espande l’idea della giustizia fai da te, di quella dimensione privata che allontana il cittadino dal suo essere tale e lo Stato dalle sue prerogative principali?
Accade che, cresce il numero delle persone uccise da armi da fuoco, che aumenta il numero dei suicidi e degli incidenti senza ritorno.
Accade che, come in un circolo vizioso, la diffusione vorticosa di armi è matrice e, al contempo, strumento di mantenimento di allarmanti tassi di criminilità e insicurezza sociale, specie laddove stentano a rendersi visibili canali legali di mobilità sociale.
Questa la disamina che il professore Tonino Perna, economista e sociologo, ha posto come fondamento della proposta di legge bloccatasi nel maggio del 1990 al Senato, nonostante il sostegno di Liberali, Radicali, Verdi e di una rappresentanza di Socialisti e Democristiani. Una proposta composta da quattro articoli che muove i suoi passi dalla richiesta di una moratoria di 5 anni per la detenzione di armi da fuoco.
“La moratoria di 5 anni nella detenzione delle armi da fuoco scatta automaticamente alla fine di ogni anno solare in tutte quelle province in cui si è superata di tre volte, negli ultimi due anni, la media nazionale degli omicidi ogni 100.000 abitanti. Questo indice viene calcolato sulla base delle statistiche giudiziarie o dei dati del Ministero degli Interni, per quanto concerne gli omicidi, e sulla base dei dati Istat per quanto concerne la popolazione provinciale. In mancanza di dati aggiornati sulla popolazione presente per provincia ci si avvale dei dati forniti dall’ultimo Censimento sulla Popolazione” (art. 1). Uno strumento che avrebbe potuto consentire di incidere notevolmente in quei territori altamente a rischio, riducendo sensibilmente almeno la possibilità di ricorrere ad uno strumento dal potenziale mortale laddove l’uso è diffuso e favorito da tessuti culturali evidentemente retrogradi.
Quest’ultimo punto ha ottenuto un timido ma infruttuoso rilancio all’attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Francesco Forgione. E ciò nonostante tale proposta non nascesse direttamente come misura contro la criminalità organizzata di stampo mafioso, che pure traffica armi riciclando il denaro così accumulato. “Essa nasceva – ha dichiarato il professore Perna – come strumento per ridurre l’esercito criminale di riserva che, in mancanza di solide e legali alternative, in questi territori inficiati si genera”.
P.S. In appendice alcune cifre sul fenomeno su scala mondiale:
700 milioni di armi circa sono in circolazione in questo momento nel mondo;
500 mila le persone che muoiono ogni anno per colpi di arma da fuoco;
oltre 300 mila i bambini costretti ad imbracciarle
Un business di miliardi di dollari all’anno nell’ambito del quale gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) rappresentano i principali fornitori di armi ai paesi in via di sviluppo e imperversati da conflitti in Africa, Medioriente e America Latina. Recente è stata l’ufficializzazione dell’intento delle Nazioni Unite di dotarsi di un trattato che regolamenti il commercio di armi. Un obiettivo centrato dalla campagna congiunta, promossa da Amnesty International, Oxfam e International action network on small arms (Iansa).




