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    Una deriva sudamericana

    studentiAbbiamo perso la bussola.
    Tutti.
    Conferiamo lo scettro della vergogna alla politica, ma ci sfugge che strada facendo, mentre giorno dopo giorno la Calabria si attorcigliava nei cerchi dell’Inferno, il senso delle cose lo abbiamo, probabilmente, perso un po’ tutti.
    Abbiamo confuso lo strumento con il fine: la nascita delle fazioni prima e dei partiti politici dopo nasceva automaticamente dal trovarsi schierati di qua o di là, rispetto ad idee,  fatti,  linee di principio.

    A forza di fare attenzione a stare da una parte o da un’altra ci siamo dimenticati il perché.
    Più stavamo bene attenti – semplicemente- a giocare ai buoni ed ai cattivi, alle guardie e ai ladri, a Bartali e Coppi e meno percepivamo che non stavamo discutendo più delle cose, delle idee.
    Non discutiamo più, in Calabria, sul “come”, ma solo sul “chi”.
    Abbiamo dimenticato da tempo di curarci del “cosa”.
    Siamo diventati tutti soltanto dei tifosi, talvolta degli ultras delle persone, delle bandiere.
    E mentre ci accapigliamo, mentre ci appassioniamo ai battibecchi tra i protagonisti politici, né più e né meno come fanno allo stadio Olimpico quando litigano i calciatori di Roma e Lazio, la Calabria va alla deriva.
    Ed è una deriva di tipo sudamericano, la nostra.
    Pensateci, i requisiti ci sono tutti: una politica immobile, che non produce un atto che sia uno e che ogni giorno che Dio manda in terra se le manda a dire all’interno della coalizione stessa, le piazze sempre più piene di gente che protesta perché la fine del mese appare un traguardo troppo spesso irraggiungibile, una corruzione dilagante, nei fatti e nelle menti, e la criminalità che, oltre a governare- lei si – il territorio, orienta la politica e le scelte con le bombe, con il piombo.
    E tra la classe politica e la gente semplice – quella che fa i conti con una vita fatta di affitti troppo alti o di cure mediche da potersi permettere- l’equilibrio, nella società civile, è assicurato da quella ampia fascia mediana che costituisce la cosiddetta classe dirigente.
    Una classe che in Calabria si guarda bene dal fare un passo, un qualunque passo che domani, magari, potrebbe rivelarsi falso, farla trovare in fuorigioco.
    Un immobilismo che, però, non la esime da una corresponsabilità evidente.
    Troppo facile mandare dietro la lavagna solo chi manda la nave alla deriva.
    Ma chi continua a ballare nei saloni vi sembra da meno?


    GIUSVA BRANCA