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    Il crepuscolo degli dei. Dell’arroganza

    palloneEra l’autunno del 1999, la Reggina era in Paradiso da pochi mesi e tutto, agli occhi di chi passeggiava inaspettatamente nel paese delle meraviglie, pareva intoccabile, onnipotente, quasi etereo.


    Il mio amico, da qualche anno all’interno dei meccanismi del calcio di vertice per questioni di lavoro (intendiamoci, lavoro tale da dare da mangiare con stipendi da impiegati a 4 persone) mi disse: “Vedrai, li arresteranno tutti. E chi sfugge alle manette sarà comunque travolto dalla vergogna”.
    “Ma di chi parli, scusa?” incalzai io sempre più perplesso.
    “Di Cragnotti, Tanzi, Cecchi Gori, Moggi, Giraudo, Galliani, Carraio, Geronzi, tutti!”
    Devo averlo guardato come si guarda un matto, con uno sguardo a metà tra il preoccupato (per il suo stato di salute) ed il divertito.
    Lui capì e rincarò la dose: “Vedrai, non se ne salverà uno, cadrà tutto come un castello di carte. Non so quando, ma sarà così”.
    All’epoca la Juve era, ovviamente, la padrona incontrastata – assieme al Milan- del calcio italiano, la Fiorentina era appena arrivata seconda, la Lazio si apprestava a vincere il suo secondo scudetto ed il Parma collezionava trofei su trofei.
    Com’è andata a finire dopo solo 7 anni è ben noto e rende inutile un ripasso, ma ciò sul quale intendo soffermare la mia attenzione -stimolando anche i ricordi- è un altro aspetto: questi personaggi – tutti, chi più e chi meno- hanno posto in essere una vera e propria occupazione, direi quasi militare. Tramite “soldati” ben prezzolati, assoldati – come si conviene- secondo le competenze settoriali di ciascuno (arbitri, dirigenti, procuratori, giornalisti, financo politici), hanno creato un sistema loro all’interno del sistema calcio.
    Ed anche questo è ormai ben chiaro a tutti.
    Ma ciò che la gente che sta all’esterno non sa sono i modi, che spesso parlano più di mille fatti e che mi hanno sempre colpito ed amareggiato.
    Questi personaggi si muovevano all’interno del mondo del calcio con la stessa aria con la quale il padrone delle terre meridionali degli Stati Uniti dell’Ottocento faceva un giro tra i suoi schiavi.
    E se dispensava un sorriso ogni tanto era solo per dimostrare magnanimità e benevolenza, ma sempre da parte del padrone.
    Arroganza continua, potremmo dire, con l’accondiscendenza – bisogna dire anche questo – di chi, comunque avrebbe potuto dire “stop”, ma a che prezzo?
    “Troppo alto” – avrà pensato-  “ed allora meglio stare in scia alla grande nave accontentandosi degli avanzi che affondare, e poi, magari, se sto bene in scia un giorno mi fanno anche salire a bordo. Certo, in sala macchine, tra i rumori ed il fumo, ma comunque a bordo”.
    E quindi ogni tipo di arroganza veniva consentita, come quando i dirigenti della Juve pretendevano che le loro 4 guardie del corpo personali li seguissero anche all’interno degli spogliatoi, pur senza esserne autorizzati. Ed a nulla valevano le rimostranze anche del rappresentante delle Forze dell’Ordine, in divisa, che in quella area dello stadio, garantiva personalmente, insieme con i suoi uomini, dell’incolumità dei dirigenti medesimi. E poi, casomai, una maglia autografata di Buffon o Del Piero si trova sempre…nessuno può immaginare quanta “prostituzione” circoli negli spogliatoi attorno ad una maglietta, meglio se sudata.
    Arroganza, senso di onnipotenza che trasudava in ogni occasione ufficiale nella quale la prassi obbligava le società, specie se piccole, ad omaggiare il Presidente (di Lega prima e federale poi) Carraro di presenti che costavano anche dieci o quindici milioni di lire cadauno. Ed era un problema perché, come ribadiva la segretaria al telefono, “Sa, il Presidente è molto esigente, e tra l’altro ha gusti raffinati e, soprattutto, non esiste cosa che non abbia”. Ed allora, oltre alla spesa, bisognava scervellarsi per inventarsi qualcosa di originale da omaggiare al Presidente.
    Arroganza che spesso fa rima con onnipotenza e, soprattutto con senso di impunità. Rispetto a tutti. Rispetto a tutto. Come la gestione del caso-passaporti o le varie squalifiche sempre clementi con le loro squadre, sempre esemplari con le altre. Arroganti, onnipotenti ed impuniti anche sul campo ed i calciatori recepivano completamente questi atteggiamenti.
    I celebrati campioni delle “sette sorelle” che parlano con le mani in faccia agli arbitri, quegli arbitri che, in realtà, non hanno nessuna voglia di farle arrabbiare, le “stars”, sono l’emblema di questa arroganza dilagante, pari solo alla volgarità di Antognoni che in tribuna Vip a Firenze si permette il lusso di apostrofare “terroni” calciatori e tifosi amaranto a mezzo metro dal suo Presidente che non batte ciglio prima di essere affrontato quasi fisicamente da Gabriele Martino sulle scale interne al “Franchi”.
    Arroganza come il responsabile della comunicazione della Lazio, De Mita (sissignori, un altro figlio di papà) che ti squadra nauseato dall’alto in basso sprizzando, anche lui, onnipotenza da tutti i pori.
    Mercato governato col joystick, arbitri a libro paga e chi più ne ha più metta.
    Fa quasi tenerezza vederli ora con gli occhi bassi, lo sguardo della vittima, farfugliare teoremi difensivi goffi, ma ciò che è ineludibile è la constatazione del crollo di un mondo nel quale per troppo tempo arroganza è stato – come sempre avviene- sinonimo di ignoranza e l’ignoranza, stavolta non quella etica, ma quella derivante dall’assenza di libri, non ha consentito a tutti questi predoni di sapere che nessuna occupazione, nessun esercizio di potere assoluto dura in eterno.
    E se Napoleone è morto in esilio Carraro potrà farsi una ragione di un esilio calcistico dorato circondato dai suoi regali da 10 milioni ciascuno?
    Credo di si.