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Lacio Drom..note libere di cultura gitana

7 Marzo 2014
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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zg5Spulciando tra i racconti del passato…Qualcuno li chiama gitani, altri zingari, o gypsys. Qui sono “i rom”, dal nome del loro ceppo di provenienza (l’altro più importante è quello dei “Sinti”). Per loro tutti gli altri senza distinzione sono, nella lingua d’origine, i: gadjè (o gagè), i non zingari. Si dice che la notte dei tempi li voglia veder arrivare dalla lontana India. In Europa bisogna attendere il 1200 per trovare un primo documento che parli di questa comunità in cammino. Quelli di Calabria si dice siano migrati dalla penisola Balcanica e dalla Grecia. Erano soprattutto “calderash” (ferraioli) e “lovàra” (allevatori). Nel tempo divennero sempre più stanziali. Trovando rifugi in accampamenti di fortuna ai margini della città. Così era anche a Reggio dopo la Seconda guerra mondiale.


 Due grosse comunità, una a monte e una a valle del torrente Sant’Agata. Era il 1960 quando sul greto di quel fiumiciattolo un residuato bellico abbandonato, dilaniò la vita di uno dei bambini, ferendone gravemente altri due. La città si strinse attorno a quel dolore. I due campi vennero ospitati in gran parte nei rioni di Modena centro e della Caserma Cantaffio, all’interno delle virtuali mura cittadine. Un’ondata di piena nel ’72 portò alla completa distruzione la rimanente baraccopoli. Il prefetto dell’epoca ordinò che gli fossero date quale alloggio “momentaneo” le stanze ormai in disuso, del 208° Fanteria. Per secoli gli zingari sono riusciti a mantenere la propria identità etnica e culturale, difendendola nella sua integrità dagli influssi esterni.Per farlo, le comunità hanno dovuto sviluppare un certo senso di orgoglio di appartenenza che gioco forza li ha costretti a chiudersi in sé stessi, all’interno della propria cerchia. Da qui la necessità di preservarsi, evitando quanto più possibile i contatti prolungati con l’esterno.Questa politica di autodifesa spesso ha anche significato un netto rifiuto della cultura istituzionale esterna. E quindi ad esempio dell’istruzione (da qui l’alto tasso di abbandono scolastico tra i più piccoli). Per lo più sentita e temuta quale possibile causa di frattura culturale con le proprie radici. zg1Se la lingua originaria è ormai per molti solo un ricordo ed è stata sostituita da quella tipica del luogo di residenza (solitamente il dialetto del luogo ospitante, privo di regole grammaticali), molti sono gli elementi unici e caratteristici della cultura gitana. Due esempi per tutti: alcuni tratti somatici e un certo modo di vestire con abiti e colori sgargianti. Fin qui quelli più appariscenti. I gitani sentono forte lo spirito di indipendenza. Tanto quanto il vincolo familiare. Talvolta torna alla ribalta la notizia di un presunto Re degli zingari, unico sovrano di tutte le comunità sparse nel mondo. In realtà ciò sembra abbastanza improbabile. Proprio per questo loro essere spiriti liberi, non accettano la figura di un capo. L’unica autorità, in senso lato, riconosciuta è quella della famiglia e quindi dell’uomo (padre, marito, fratello). Il matrimonio, di solito tra famiglie della stessa comunità, avviene in età molto giovane, anche 14anni. E’ alla donna che spetta il buon andamento della casa e dei figli. Ed è lei quasi sempre ad avere rapporti con l’esterno e ad avere il compito di chiedere la questua. Molto poco sentito in questa cultura è infatti il senso della proprietà. Alla ricerca invece solo di quanto ritenuto necessario… Fortemente sentito è il codice morale. Anche questo nato dall’esigenza di salvaguardare il gruppo. Non è assolutamente concepita ad esempio la prostituzione, così come l’aborto. Pena: il “maramà”, una terribile maledizione.Leggenda vuole che ciascun gruppo abbia invece una sorta di consiglio degli anziani che si riunisca solo in casi eccezionali. La punizione più grave per un Rom è quella dell’espulsione dalla comunità.  zg4Profondamente fatalisti, all’interno della comunità gitana non è mai esistita una propria forma di culto religioso, il che spesso li aveva portati loro malgrado a essere considerati come “senza Dio” e per questo perseguitati. Alto è invece il timore di Dio. Sin da bambini ai piccoli gypsys viene infatti inculcato il senso del Bene (Dèvel) e del Male (Bengh). Forte è il legame con il mondo dell’aldilà. Ne nasce una religiosità fatta di profonda devozione e un misto di superstizione (croci, amuleti e medagliette fanno spesso parte degli ornamenti di un Rom).Nel mondo si ha notizia di vari pellegrinaggi annuali di questa o quella comunità gitana. In Calabria, era Riace il luogo di culto prescelto a fine settembre per la festa dedicata ai Santi Cosma e Damiano, scelti  quali patroni locali.  

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