
di Daniele Castrizio – Chairete! Che tempi che stiamo vivendo! Siamo testimoni del passaggio dalla democrazia ad una nuova forma di feudalesimo, un feudalesimo partitico non fondato sul sangue ma sul comparato, la famiglia, gli interessi.
Che dire? Mi sembra che stiamo cominciando a vederne i frutti: decenni di clientelismo, di assunzioni senza alcun criterio o merito, di saccheggio e sfruttamento indiscriminato del territorio, sfociato nella appaltocrazia, sta dando i suoi primi frutti. La Calabria frana, ed i media, in generale, tentano di accreditare la tesi del disastro naturale, come se la colpa fosse del destino e non di progetti ideati da ignoranti e realizzati da incompetenti.
Ma, amici, prima di lasciarvi alle cose che veramente danno da pensare (l’annoso problema degli arbitri o l’amichevole Italia – Brasile) e che vi stanno togliendo il sonno, voglio invitarvi a riflettere sul padre di tutti gli appalti: quello che fu fatto alla metà del XVI sec. per spostare il Calopinace e costruire un nuovo forte per proteggere il porto. I soldi in ballo erano anche allora tanti, ed insaziabili gli appetiti. Morale della favola: Punta Calamizzi, devastata dall’acqua del Calopinace deviato in pochi anni viene “mangiata” e sembra sprofondare. Reggio perde il porto e si ripiega su se stessa: la povertà è servita.
Come è narrata la tragedia economica della città dalle fonti coeve? Nessuno osa dire la verità, ma si ricostruisce una versione di comodo, che tira in ballo terremoti e bradisismi. Per sapere la verità abbiamo dovuto aspettare ben 450 anni. Allora, state comodi: nel 2500 le cause vere del dissesto della Calabria verranno alla luce. Ma ricordatevi: nessun crimine resterà ignoto al Chirografo, nessuna violenza rimarrà senza una Pena.
Scrivetemi cosa ne pensate al mio indirizzo danielecastrizio@gmail.com, oppure presso il mio blog: http://reggioneisecoli.blogspot.com
Eu prattein!
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