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    Formazione e lezione del tempo

    pilonistretto

    di Stefano Aragona* – Dopo un trentennio forse si sta ripensando all’urbanistica come disciplina che si occupa dell’urbs, o parlando in modo più esteso dei processi di urbanizzazione.

    Le trasformazioni spaziali sono state preda di una visione economicista che ha considerato la città un bene da vendere. Nelle nazioni che hanno assistito il formarsi dell’urbanistica moderna questo aspetto è sempre stato presente ma con il passare dei decenni il rapporto tra formazione della città, equità e giustizia sociale ha visto progressivamente crescere l’attenzione e lo spazio a questi due ultimi elementi, peraltro tra quelli costituenti la Carta di Atene.

    Con l’affermarsi della filosofia neoliberista a partire dal primo Governo Thatcher in Gran Bretagna ed in modo sempre più accelerato e diffusivo, l’attenzione alla città pubblica ed alle fasce deboli in essa perdono peso cedendo sempre più campo al mercato. Marketing territoriale, programmi complessi (talvolta tanto da esserlo da non essere realizzabili), competizione divengono le parole d’ordine, i cosiddetti “must”. I centri storici sono fra i beni migliori da offrire. Si fa passare per pianificazione la progettazione, nello scontro tra piano e progetto di cui parla Crosta (1985) prevale quest’ultimo.

    Sembra che non siano più gli Stati ma le città che devono competere a livello globale, pianificazione per molti diviene tout-court progettare i grandi eventi. Quando non vi sono politiche urbane che almeno mitighino tali dinamiche si innescano processi di gentrification, come sembra essere il rischio di Milano dell’Expò. In Italia, priva molto spesso delle garanzie presenti in molti Stati comunque hanno mantenuto un forte stato sociale (la città di Parigi è il più grande proprietario di residenze, molte di edilizia sociale anche nel centro città), tutto ciò si è tradotto in una crescente privatizzazione della città.

    Questa visione dello spazio, e della città in primo luogo, si è riverberata anche in ambito formativo facendo scordare le finalità originarie dell’urbanistica. In un quadro politico complessivo caratterizzato da scelte politiche “regressive” quali l’abolizione dell’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) o richieste populistiche come la pretesa eliminazione delle province come evidenziato da Camagni all’apertura del C.d.L. in Urbanistica, presieduto dal prof. Enrico Costa, già Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale. Nella recente Lectio Magistralis (Istituto degli Studi Giuridici) Campos Venuti pone enfasi su un attore che per anni sembrava essere scomparso: la rendita urbana. Attenzione che rientra ufficialmente anche nell’agenda dell’Istituto Nazionale di Urbanistica dopo le parole del Presidente Oliva nella Rassegna Urbanistica Nazionale 2010. Camuffata negli Accordi di varia natura, scambiata in azioni che sarebbero dovuto essere di pianificazione urbanistica invece, soprattutto in Italia, è stata ed è espressione di vantaggio di posizione associata a cambiamenti di destinazioni d’uso in gran parte slegata dal profitto d’impresa. In tutto ciò gli strumenti, soprattutto quelli “nuovi” comunque da conoscere, si sono (ad essere benevoli) confusi per fini scordando gli scopi fondativi dell’urbanistica moderna prima accennati, dell’urbanistica tout-court.

    La perdita dei presupposti sociali ed economici canonici su cui ha poggiato l’urbanistica dagli anni ’30 del ’900, poiché nuove dinamiche sono avviate ormai da anni, richiede di tornare a dare attenzione ai fenomeni, quindi alle analisi, ricorda Palermo al XIII° Congresso della Società Italiana degli Urbanisti del 2010, riprendendo così l’antica lezione di Astengo. Astengo di cui il recente film di Leonardo Ciacci è testimonianza di impegno civile oltre che formativo della consapevolezza e sensibilità dell’urbanistica moderna. Certo nella formazione del moderno urbanista è indispensabile conoscere il percorso fatto dalla disciplina affinché non si cada, quando in buona fede, nelle trappole della speculazione operativa e si riesca ad essere fedeli alla missione originaria: strano, ma proficuo, sentire queste sollecitazioni dal Rettore dello IUAV Restucci quando in una delle giornate della RUN di Matera ricordava i principali riferimenti disciplinari italiani, dallo stesso Astengo, Piccinato, Campos Venuti, Olivetti con l’eccezionale esperienza e fucina di eccellenze e multidisciplinarietà della Comunità.

    Tutto questo è solo storia se si intende la formazione dell’urbanista unicamente come formazione di un tecnico. Ma la nostra disciplina si occupa di polis, cioè dell’oggetto della politica, quindi non si può essere solamente dotati di sapere tecnico ma, riprendendo Del Nord, è indispensabile avere una tecnologia colta. Non trascurando il fatto che il nostro interlocutore, talvolta noi stessi quando in veste non tecnica, da polites è divenuto cives e poi bourgoises: sta anche a noi, alla nostra capacità di comunicazione e formazione, farlo divenire homo politicus. Ma stiamo formando, come scuola, università e società, almeno cum-cives?

     

    *Stefano Aragona, ingegnere, è Ricercatore universitario e Docente presso il Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.