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    Energia, ambiente e configurazione dello spazio urbano

    lungomare

    di Stefano Aragona* – Sono ormai ben oltre 30 anni, dalla pubblicazione del Rapporto I limiti dello Sviluppo commissionato dal Club di Roma all’MIT di Boston (Meadow H. D., 1972, Mondadori), che la scienza ha dichiarato l’insostenibilità

     del modello economico, sociale e culturale ispirato alla continua crescita indifferenziata e basato sull’indiscriminato uso delle risorse naturali.

    Eppure, se guardiamo all’oggi, non possiamo non constatare con amarezza che il “Protocollo di Kyoto”, sulla limitazione delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra resta ancora largamente inapplicato da parte dei Paesi industrializzati mentre aumenta il surriscaldamento globale. Il recente accordo stipulato in occasione del G8 svoltosi a Roma nella prima decade di luglio contiene qualche elemento di speranza anche se i tempi lunghissimi della sua completa attuazione, 50 anni, sembrano più una sorta di metafora di impegno che una reale volontà d’azione. Inoltre occorre evidenziare come, se non accuratamente analizzati su scala locale e contemporaneamente globale, ricorrere a determinate risorse può avere effetti macro e micro fortemente devastanti. Esemplare il mercato della soia: la crescita del prezzo di questa quando ne è stato sollecitato l’impiego per produrre energia, negli US scelta di Bush poi confermata da Obama, con il conseguente aumento dei costi alimentari e la perdita di complessità vegetale e di uso dei terreni.

    Lo sfruttamento e l’impiego delle varie componenti della natura, acqua, vegetazione, suolo, sono stati alla base della costruzione, durata millenni, delle civiltà moderne. Foreste disboscate per costruire navi, città, scaldare terme; montagne scomparse od enormi grotte nel sottosuolo create per ricavare materiali da costruzione o per finalità estetiche; fiumi incanalati od arrestati, paesi allagati per realizzare invasi con lo scopo di avere energia elettrica, sono solo alcuni degli esempi di quanto l’azione dell’essere umano ha inciso, depauperato, l’ambiente naturale.

    Però è solo con l’affermarsi della seconda rivoluzione industriale e, successivamente, della industrializzazione in edilizia che si è vista crescere in modo esponenziale la potenza e velocità dell’uomo nel trasformare, dilapidare, le risorse naturali non rinnovabili.

    L’urbanistica, il fare città ed il trasformare territorio, deve farsi carico di indicare strade diverse da quelle che hanno affidato all’onnipotenza tecnologica la soluzione delle contraddizioni che tale approccio ha causato. Tecnologia che se non è colta diventa Tecnocrazia come ricorda dal 1991 Romano Del Nord nella Presentazione all’Immaginario Tecnologico Metropolitano (a cura di Mucci E. e Rizzoli P., F. Angeli). Contraddizioni che mentre sono relative alla limitatezza delle fonti energetiche tradizionali al tempo stesso hanno anche dannose ricadute su vari aspetti di tipo sociale e sanitario: inquinamenti, congestioni, insalubrità.

    Con questa sfida, che vediamo come obiettivo, si confronta il nuovo Corso di Laurea in Urbanistica, erede dell’antico e storico Corso di Laurea in PTU&A (Pianificazione Territoriale, Urbanistica ed Ambientale). Perfettamente congruente alla forte spinta innovativa che il Prof. Enrico Costa con la sua presidenza, che coincide con i tempi della riforma, ha voluto imprimere. Una nuova denominazione, quella in “Urbanistica”, che intende essere un ritorno del Corso di Laurea, secondo come storia solo a quello dello IUAV, alle origini della formazione disciplinare che si occupa di città e territorio. Tale ritorno però non è nostalgia di un passato sapere e concezione dello spazio ma si caratterizza per un’aspirazione, una visione, olistica di esso. Una modificazione nei contenuti del Corso di Laurea che pone in risalto l’attenzione al rapporto tra i processi antropici e le questioni dell’energia.

    La pianificazione e progettazione del territorio, il bio-territorio, quella dell’architettura, la bio-architettura, l’uso delle tecniche e materiali, la bio-edilizia, costituiscono le varie fasi, i passaggi, le connessioni che in modo integrato sono indispensabili per costruire uno spazio che sia adeguato al contesto e non, viceversa, che tenti di trasformare, forzare, il contesto alle esigenze, onnipotenze, progettuali.

    L’esperienze dei Workshop Nazionali di Progettazione “Idee e progetti per la riqualificazione Energetico-Ambientale” della Facoltà di Architettura prima, 2008, e poi, 2009, della Cittadella Universitaria della Università Mediterranea di Reggio Calabria, Commissione per la Qualità e Sostenibilità Ambientale della Facoltà di Architettura, mostrano l’attenzione data alla formazione di questa nuova mentalità progettuale. Soprattutto quando si tratta di ripensare gli spazi esistenti.

    Il Corso di Laurea, ancora nella denominazione “PTU&A”, non ne è rimasto fuori, dando il proprio impulso, attraverso chi scrive alla segreteria tecnica ed operativa, ed attraverso il Prof. Enrico Costa che, nella prima edizione, ha Presieduto la Giuria che ha premiato i lavori migliori.

    Elemento chiave di tale approccio metodologico sono le componenti della Fisica tecnica ambientale. La conoscenza dei presupposti di base, ovvero del funzionamento dei processi naturali, dei materiali e delle tecniche costruttive, è passaggio indispensabile per considerare i vincoli locali quali suggerimenti progettuali. Quindi un’attenzione che va ben oltre la pur importante questione del risparmio energetico. Elemento fondamentale e fortemente legato alla dimensione di area vasta, spesso metropolitana, che sarà particolare oggetto di studio del nuovo Corso di Laurea.

    Nel passare dal PTU&A ad “Urbanistica”, il Corso di Laurea non ha accantonato, ma ulteriormente precisato la componente “Ambiente”. E lo si è fatto in modo innovativo. Solo per fare un esempio, i 2 CFU, o crediti formativi universitari, di “Fisica tecnica ambientale” da opzionali sono diventati obbligatori, per di più come insegnamento integrato in un Laboratorio al secondo anno della triennale (il “Laboratorio dell’Ambiente costruito”, con i moduli didattici di Analisi della città e del territorio, Fisica tecnica ambientale, Teorie della progettazione urbana) che si conclude con un progetto. Quindi non un approccio auto referenziato, ma proiettato nella metodologia progettuale coordinata ed integrata in una logica multidisciplinare.

    In tal modo si esprime in modo chiaro e netto l’orientamento a ricercare non solo la sostenibilità dei piani e progetti ma soprattutto l’individuazione di soluzioni capaci d’innescare sinergie funzionali tra i vari elementi ed ambiti disciplinari. Questo era il principio Vitruviano: Architectura firmitatis utilitatis venustatis ratio, ovvero l’Architettura ha tre componenti fondamentali: solidità, funzione, bellezza, poiché essa è  Scientia (ars) ad opes gerendum ut vita melior fiat, ratione utens facultate quae congruenter componat quod, inomni aedificandi descriptione, imperfecta ac perfecta, firmitas, utilitas et venustas exigunt.

    Cioè l’Architettura è la scienza (o arte) indispensabile a gestire le risorse disponibili, affinché il modo di vivere sia migliore, utilizzando la ragione come facoltà che componga  armonicamente ciò che richiedono, in ciascun progetto, preliminare e definitivo, la solidità, la funzionalità e l’estetica.

    Qualche volta rivolgersi al passato, anche quando si vuole innovare radicalmente, diventa salutare: vale sempre la pena, oggi più che mai, rileggersi quello che, nel 25 a.C., Marco Vitruvio Pollione argomentava nel De Architectura.

     

     

    (Stefano Aragona, ingegnere, è Ricercatore universitario e Docente presso il Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria)