
di Enzo Vitale* – Venuto su con una geometria neoplastica dai padiglioni dello storico Bianchi-Melacrino, il “nuovo” Ospedali Riuniti di Reggio, disarmonico e disfunzionale, nacque già vecchio. Di difficile accesso e scollegato dal tessuto urbano, tali caratteristiche si riproposero al suo interno
tra reparti e divisioni. L’antico assetto ospedaliero per padiglioni, che obbediva a una logica costruttiva in linea con le tendenze scientifiche del tempo, risultò stravolto da un miope modernismo edificatorio in moduli verticalizzati che ne decretò la crisi (chi non ricorda gli angusti ascensori dalle porte tanto strette da non consentire l’accesso alle barelle per il trasporto dei malati?).
Vizi di nascita, insopprimibili e insuscettibili di correzione se non con una revisione generale dell’impianto che, oltre a essere dispendiosissima, determinerebbe per lungo periodo una chiusura a zolle della struttura. Insomma, è una situazione in atto sostanzialmente immodificabile.
Ciò detto, quella che a prima vista potrebbe sembrare solo una provocazione, ovvero la proposta Antonino Nicolò, capogruppo PdL al Consiglio Comunale, di costruire un nuovo ospedale al posto di rammodernare il vecchio (Strill.it 6 luglio 2009), lungi dall’essere una boutade, in prospettiva si rivela come l’unica strada razionalmente percorribile.
Le tecniche di costruzione ospedaliera sono oggi orientate verso un sistema di raccordi interdivisionali che, in relazione alle diverse esigenze di diagnostica e cura o di ricerca e didattica, integra la storica disposizione orizzontale, frutto della rivisitazione dell’impostazione per padiglioni ereditata dal razionalismo positivista ottocentesco, con la verticalizzazione dei plessi, figlia degenere delle tendenze edilizie del Novecento, in un coerente e coeso insieme in cui ogni reparto ha: facilità di interscambio con gli altri; sostanziale continuità con quelli della stessa divisione; facile e diretto accesso ai servizi comuni.
Di questa ottimizzazione degli spazi, peraltro rispettosa dell’impianto urbanistico della città, abbiamo un lucido esempio nel progetto degli anni sessanta di Le Corbusier per l’ospedale civile di Venezia, poi non realizzato. Proponendo una stretta relazione fra l’orizzontalità dell’edificio e quella del paesaggio urbano, l’impostazione è di inserire il nuovo complesso nel contesto edilizio senza alterarne il profilo. Analizzato il flusso di utenti e la dinamica delle funzioni, l’ospedale di Le Corbusier rifiuta la logica dell’organizzazione verticale attorno ai corpi scala e agli ascensori (tanto cara agli architetti senza fantasia che ripropongono lo stile palazzina anche per l’ospedale), ma si sviluppa orizzontalmente su tre livelli con diverse funzioni: piano terra, in continuità con il livello stradale, per i servizi al pubblico e la rete di collegamenti tra plessi; primo piano, con i servizi medici propriamente detti oltre ai laboratori e alle strutture di diagnostica, che devono essere di facile accesso sia al pubblico, del piano sottostante, che ai reparti di degenza; secondo piano, riservato alla degenza.
Questa impostazione altamente funzionale, in parta adottata per il Tor Vergata di Roma, sarebbe coerente con la storica impostazione edilizia reggina liberty della ricostruzione post terremoto fatta su tre livelli.
Sarà necessario un atto di coraggiosa e razionale lungimiranza per realizzare quest’opera a nostro avviso più necessaria che utile: dato per scontato che questo non verrà dai vertici della politica e della sanità calabrese, è opportuno che l’idea venga fatta propria dalla politica cittadina.
*Presidente Fondazione Mediterranea




