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Memorie | In Calabria …con Vittorio De Seta

19 Ottobre 2017
in Memorie, Primo piano
Tempo di lettura: 5 minuti
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In Calabria Vittorio De Seta

Vittorio De seta

di Anna Foti – La voce autentica e sfaccettata della natura, il suono antico di lavori umili e perduti, il fragore silente di fabbriche spettrali, i canti solenni della corale Greco-Albanese di Lungro: questo il filo possente che ha intrecciato le immagini della Calabria raccolte da Vittorio De Seta che nel 1993 girò per la Rai, in collaborazione con Lori film e il circuito nazionale televisivo Cinquestelle, il film documentario intitolato proprio “In Calabria”*. Un lungometraggio molto apprezzato e spesso al centro di iniziative, proiettato nell’ambito della nuova stagione di appuntamenti del caffè letterario Mario La Cava di Bovalino, anche proposto lo scorso marzo, nella cornice della residenza universitaria di Merito a Reggio Calabria, in occasione della rassegna Ritratti di visioni di Cinema Indipendente, promossa dal circolo del cinema Cesare Zavattini.
Immagini e una sola voce narrante, quella dell’attore doppiatore Riccardo Cucciolla, al quale vengono affidati poco più di dieci minuti su un lavoro che ne dura più di ottanta.
Protagoniste indiscusse sono le persone con le loro azioni, quasi rituali e cristallizzate in una Calabria primordiale in cui il tempo era profondamente legato alle stagioni, in cui il ritmo della vita, del lavoro e della fatica era un tutt’uno con la natura, ancora sacra nella sua essenza e nelle sue quotidiane manifestazioni, in cui l’esistenza appariva immutabile, come plasmata nei secoli dalla lotta per la sopravvivenza. La voce narrante fissa tra le immagini e i suoni poche lapidarie verità, scolpendole nel tempo: “In Calabria ci sono ancora persone che vivono come all’origine dei tempi”.
Un ritratto della nostra terra intenso come il disincanto della fallita industrializzazione e come lo spettro delle fabbriche che da un capo all’altro della Calabria fanno da contraltare a quell’armonia turbata per sempre dall’inseguimento implacabile di una speranza tradita, produttiva di soli danni come lo spopolamento, l’emigrazione con la creazione di altre Calabria in Italia e all’estero, la povertà, la disoccupazione e la criminalità. Vittorio De Seta documenta la brutale irruzione dell’industria mai decollata in un mondo primigenio in cui tagliare il bosco serviva per rinnovare il verde non per distruggerlo, in cui il lavoro faticoso faceva rima con il canto, in cui “lavorare senza parlare era arido e parlare senza lavorare era ozioso”, in cui, proprio lavorando, ci si trasmettevano esperienze, saperi e intendimenti in quello che diventava un tempio sacro di incontro di generazioni di donne: la casa; una dimensione semplice in cui abbellire gli oggetti creati manualmente equivaleva ad addolcire una vita amara e avara di prospettive, scandita da esigenze primarie alle quali si provvedeva solo con le braccia e da una natura-creatura in cui, come per magia, i campo in cui zappare, seminare e raccogliere era come i telai (di Longobucco) con cui tessere le trame di una tradizione alla quale il miraggio industriale avrebbe sottratto mani, risorse, tempo e futuro.
Nella storia di questa regione, infatti, indispensabili diventavano ad una certo punto la morte violenta della vita contadina e di tutto ciò che attorno ad essa ruotava, il trionfo della forza della macchine a cui delegare ogni speranza di riscatto, il superamento ostinato del passato alla ricerca spasmodica di un progresso di cui non si scorgevano i passi in avanti. Anche laddove, invece, lo sviluppo c’era stato, i vantaggi furono anche accompagnati da effetti collaterali tutt’altro che edificanti: la fabbriche non producevano solo benessere inteso come bene comune ma anche veleni e armi.
La cinepresa di Vittorio De Seta passa dunque la setaccio la vita semplice fatta di fatica e sudore ma anche di ricerca di prospettive. Tappe del viaggio furono pure Arcavacata, sede dell’università a Cosenza, Laino Castello spopolato e Reggio Calabria con il miraggio del polo siderurgico di Gioia Tauro, la cattedrale del deserto dell’ex liquichimica di Saline Joniche, l’emarginato del quartiere reggino di Arghillà. La disillusione e il fallimento di ogni qualsivoglia decollo industriale riportarono presto ad un’agricoltura nel frattempo impoverita dagli effetti devastanti del mancato progresso, solo reo di aver prodotto degrado ambientale oltre che indigenze e spostamento in massa di intere comunità. Vittorio De Seta documenta con occhio attento e severo questa eredità di arretratezza causata dalla spregiudicata, brutale e fallita industrializzazione. Siamo nel 1993 e in questo documento la ndrangheta non è nominata ma descritta come mafia parassitaria, diventata imprenditrice sulla scia di una dirompente affermazione di concetti come profitto e di pratiche come la cumulazione di capitali, imbevuta di una forma arcaica di criminalità già perpetrata con violenza. Vittorio De Seta si sofferma anche sulla dimensione spirituale e dunque sulle tradizioni religiose, antidoto alla siccità dell’anima e viatico per soddisfare il bisogno innato e primigenio di riferirsi al bene morale supremo. Note le processioni di Cosma e Damiano a Riace, di San Rocco a Gioiosa Jonica, i pellegrinaggi anche a piedi e anche da fuori regione al santuario di Polsi, prima dell’uragano Duisburg che si sarebbe abbattuto nell’agosto 2007, 14 anni dopo.
“Nessuna vocazione al male atavica e irreversibile”. E così la speranza può trovare una finanche in questi scenari desolati. Il film propone una sua chiave di lettura: la Calabria, alle soglie del terzo millennio, si presenta povera, disillusa ma ostinatamente laboriosa. La sua storia dimostra come “ogni progresso vero promani solo dall’intimo della coscienza dell’uomo, non da fuori”.
« … ha la bellezza disperata del gesto amoroso che vuole stringere nel presente della sua iscrizione l’oggetto amato e che può soltanto mostrarlo cambiato. L’oggetto filmato, la Calabria perduta, si assenta e si sospende, scoprendo contemporaneamente la potenza utopica e ucronica del cinema», questo il commento del critico cinematografico e regista francese, originario di Algeri, Jean-Louis Comolli che nel 2010 fu ospite del circolo del cinema “Charlie Chaplin”, per ricevere a Reggio Calabria il premio internazionale intitolato al critico e saggista Maurizio Grande.
Il legame con la Calabria, dove Vittorio De Seta visse dagli anni Ottanta, fu ispirazione di altri suoi lavori.
Da subito indimenticato regista e sceneggiatore, De Seta raccontò con finezza e passione la vita e la fatica del lavoro del proletariato meridionale, dando voce ai minatori nisseni, ai pescatori siciliani, ai pastori della Barbagia, ai migranti africani in Italia (lungometraggio ‘Lettere dal Sahara’ 2006). Una opera significativa scandita da film, documentari e riconoscimenti, quella del regista palermitano, calabrese di adozione.
Con il contributo reso da Vittorio De Seta, anche la Calabria è stata tra i territori che hanno raccontato articolo per articolo, attraverso dei cortometraggi raccolti nella pellicola corale e no profit “All human rights for all”, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, in occasione dei sessant’anni della sua approvazione da parte dell’Onu celebrati il 10 dicembre 2008. L’‘Articolo 23’ (diritto al lavoro) è stato girato da De Seta in Calabria, a Pentidattilo nel reggino e fu il suo ultimo cortometraggio.
Il suo primo lungometraggio, invece, era stato ‘Banditi a Orgosolo’ (1961), sceneggiato con la moglie Vera Gherarducci: una lezione di neorealismo ambientata in Sardegna con la quale si era aggiudicato l’Opera prima al Festival di Venezia e il Nastro d’Argento alla migliore fotografia. Nel 1969 girò ‘Un uomo a metà’, mentre tra il 1969 e i primi anni 1970, trasferitosi in Francia, girò ‘L’invitata’, apprezzato da Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.
Mosse i primi passi nel mondo del cinema come aiuto regista al fianco di Mario Chiari e Jean Paul Le Chanois, prima di approdare alla sua vocazione di documentarista e sceneggiatore. Vittorio De Seta, nato a Palermo il 15 ottobre del 1923 e morto nella sua dimora di Sellia Marina nel catanzarese il 28 novembre del 2011, narrò con le immagini la Sicilia (‘Pasqua in Sicilia’, 1955), la Sardegna (‘Un giorno in Barbagia’, 1958), la Calabria (‘I dimenticati’, 1959) nei suoi corti di cui uno in particolare dedicato a Stromboli, ‘Isola di Fuoco’, premiato al festival di Cannes nel 1955.

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