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Memorie – Caronda, il legislatore siceliota esiliato a Rhegion

22 Febbraio 2017
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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Memorie – Caronda, il legislatore siceliota esiliato a Rhegion

di Anna Foti – Più giovane del primo legislatore d’Occidente, Zaleuco di Locri, allievo di Pitagora, il più importante legislatore della Sicilia magno greca e storico, Caronda, come Dracone di Atene e di Licurgo di Sparta, legiferò per la propria comunità rappresentando un’ispirazione per altre città calcidesi della Magna Grecia, tra cui Rhegion dove si trasferì dopo l’esilio. Ricordato al pari di Solone di Atene, come l’autore della legislazione di Catania, le notizie della sua vita giungono frammentate. Secondo alcuni più giovane di Zaleuco e originario della Beozia o addirittura una personificazione di una divinità solare (Karl Julius Beloch), secondo altri vissuto nel VI secolo a.C.. Caronda è noto, soprattutto, per la severità delle sue leggi e per la previsione della pena di morte per coloro che le disattendessero.

Aristotele lo colloca nella borghesia media, Stefano Bizantino rende nota Catania come sua patria. Ne riferisce anche Diodoro Siculo secondo il quale Caronda si sarebbe occupato soprattutto di diritto familiare e sarebbe morto per dare un esempio di ossequio assoluto alle leggi vigenti. Pare infatti abbia applicato a sé stesso le legge con rigore anche quando un giorno si sarebbe recato all’assemblea senza aver prima deposto le armi. Ciò era vietato a pena di perire ad opera di quelle stesse armi. Tuttavia questo è un aneddoto anche attribuito al legislatore Diocle di Siracusa e suo probabile maestro Zaleuco di Locri, per il quale è accreditata, tuttavia, anche l’ipotesi di morte in battaglia. Analoga duplice attribuzione a Caronda e a Zaleuco, ricorre anche relativamente alla paternità della disciplina delle modalità di proposta per l’abrogazione o modificazione di una legge: avrebbe dovuto essere illustrata dinnanzi all’assemblea con un laccio al collo; in caso di rifiuto il proponente avrebbe dovuto togliersi la vita con quello stesso laccio.

La Catania ricorda Caronda con l’epigrafe di Mario Rapisardi all’ingresso dell’Anfiteatro romano di Catania che recita:

«Caronda, Antichissimo legislatore d’Italia istituiva in questa sua città nel settimo secolo avanti Cristo il primo celebrato ginnasio condotto da uomini liberi a spese dello Stato poche leggi dava e molte norme di pubblico e privato costume alla Sicilia e alla Magna Grecia e santificandole con l’esempio meritava gloria immortale qual fondatore austerissimo di civiltà».

Particolarmente rigide, e oltremodo bizzarre e fortemente stereotipate, si mostravano alcune sue leggi come quella che prevedeva, come punizione per i reati militari, non con la pena di morte ma imponendo al colpevole di esporsi per tre giorni sul mercato in vesti femminili, ad evidente scopo di pubblico ludibrio.

Alcune norme risultano ricavate da fonti frammentarie tra cui quelle dello scrittore bizantino Stobeo (wikipedia):

Bisogna che chi vuole intraprendere qualcosa si faccia guidare dagli dei: infatti l’ottimo, come dice il proverbio, è che il dio sia causa di tutte le cose.

Bisogna astenersi dalle male azioni per conservare l’amicizia col dio: infatti il dio non può avere nulla in comune con nessun ingiusto.

Fra le grandi scelleratezze ci sono il disprezzo degli dei, l’oltraggio ai genitori, l’offesa ai magistrati e alle leggi, il consapevole vilipendio della giustizia.

Ciascuno si sforzi d’intraprendere ed eseguire cose giuste e con decoro, perché è indegno adoperare lo stesso sforzo sia per le grandi che per le piccole cose: cerca quindi di non essere pigro.

Siano lodati quelli che soccorrono i bisognosi e quelli che allevano figli e difensori per la patria, madre comune.

Nessuno deve aiutare l’uomo o la donna che è stato/a condannato/a per un delitto, o semplicemente parlare con lui/lei, per non ricevere l’infamia d’essere simile a lui/lei.

Bisogna amare i buoni e trattare con loro, imitandone probità e virtù, poiché l’uomo senza virtù non è perfetto.

Bisogna onorare i defunti, non solo con le lacrime e la compassione, ma anche col buon ricordo e con l’offerta di frutti rinascenti ogni anno: il solo dolore esagerato è ingratitudine verso di loro.

Bisogna soccorrere il cittadino ingiustamente oppresso in patria o all’estero e accogliere e congedare familiarmente, secondo le proprie leggi, ogni straniero rispettato nella sua patria.

I vecchi inculchino nei giovani il pudore, in modo che questi arrossiscano di ogni mala azione. Dove i vecchi sono spudorati, figli e nipoti saranno più sfacciati. E dove regna la sfacciataggine, seguono l’oltraggio, l’ingiustizia, la violenza.

Bisogna coltivare l’onestà e la verità e odiare la menzogna e la turpitudine, cose da cui si riconosce la malizia. Ciò va fatto fin dall’infanzia, castigando i bambini bugiardi e premiando i veritieri.

I figli dei cittadini hanno il diritto di andare a scuola a spese dello Stato.

Bisogna essere piuttosto prudenti che savi. Spacciarsi per sapienti è cosa vile; e così è meglio essere temperanti e modesti anziché sembrare di esserlo. Nessuno ardisca vantarsi d’una virtù che non ha.

Bisogna rispettare i magistrati e i genitori, obbedendo loro e venerandoli. I magistrati, poi, giudichino con amore paterno, mettendo da parte simpatie, amicizie e rancori.

È ottima cosa denunziare i delinquenti, affinché lo Stato sia salvo ed abbia così molti cittadini che si preoccupano dei suoi statuti.

Chi fa una denunzia non usi pietà: indichi anche i congiunti del colpevole, perché nulla è più importante della patria. Riferisca però solo ciò che fu commesso deliberatamente e non ciò che fu commesso per imprudenza.

 

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