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Memorie – Viaggio in Calabria di Alexandre Dumas

7 Settembre 2016
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 6 minuti
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Dumas

di Anna Foti – Un racconto che avrebbe potuto non essere scritto se una tempesta non avesse impedito la navigazione dalla Sicilia verso Nord, costringendo un romanziere francese tra più famosi, durante il suo viaggio condotto nel 1835 sotto le mentite spoglie di Guichard con il pittore Jadin e il cane Mylord, a risalire l’Italia sulla terraferma sul dorso di un mulo, passando inevitabilmente dalla Calabria, ancora drammaticamente segnata dal terremoto del 1783.
“La piccola città di Cinque Frondi, chiamata così per le cinque torri che si elevavano al di fuori delle sue mura, fu completamente distrutta: chiese, case, piazze, strade, uomini, animali… tutto perso, tutto scomparso, immediatamente sommerso sotto molti piedi di terra (…)” (Alexandre Dumas padre, “Impressioni di viaggio”, 1835)
Questa la genesi fortuita e fortunata de “Il viaggio in Calabria” durante il quale Alexander Dumas padre (1802 – 1870), famoso per i capolavori (anche pubblicati a puntate sui giornali a partire dal 1844), quali “Il conte di Montecristo” e la trilogia dei moschettieri formata da “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo” e “Il visconte di Bragelonne”, visitò e raccontò luoghi e storie calabresi.
“La distanza da San Giovanni a Scilla è all’incirca di cinque miglia, ma sembra di gran lunga inferiore per il paesaggio pittoresco che costeggia quasi sempre il mare e si sviluppa tra siepi di cactus, di melograni e di aloè, dominati di tanto in tanto da qualche noce o castagno dal fogliame spesso, all’ombra del quale trovavamo più volte seduto un pastorello con il cane accanto, mentre le tre o quattro capre a cui badava si arrampicavano capricciosamente sulle rocce vicine o si sollevavano sulle zampe posteriori per raggiungere i primi rami d’un corbezzolo o d’una quercia verde. Di tanto in tanto sulla strada incontravo anche, a gruppi di due o tre, ragazze di Scilla, di alta statura, dal viso serio e con i capelli ornati di nastri rossi e bianchi come quelli che si ritrovano nei ritratti delle antiche romane. Andavano verso San Giovanni e portavano sulla testa ceste di frutta o brocche di latte di capra. Si fermavano e mi osservavano come avrebbero fatto con un qualsiasi animale a loro sconosciuto; poi si mettevano a ridere rumorosamente, senza alcun imbarazzo, del mio vestito che, interamente sacrificato alla mia grande comodità, a loro sembrava certamente stravagante in confronto al vestito elegante che portano i contadini calabresi”.
Partendo da Villa San Giovanni, Dumas/ Guichard, arrivò fino a Cosenza, passando per Scilla, Cinquefrondi, Bagnara, Palmi, Pizzo, del cui castello si appassionò particolarmente, Maida, Monteleone.
“Verso le tre del pomeriggio arrivammo a Bagnara; là, la guida ci propose di fare una sosta per consacrarla alla nostra ed alla sua cena. Era una proposta che arrivava al momento giusto per non essere accolta favorevolmente. Entrammo in una specie di locanda e chiedemmo di essere serviti immediatamente. Siccome era passata mezz’ora senza che avessimo visto fare alcun preparativo nella stanza dove aspettavamo di mangiare, scesi nella cucina per fare fretta al cuoco; là mi dissero che avrebbero già servito le Nostre Eccellenze, ma siccome la guida aveva detto che le Nostre Eccellenze avrebbero dormito nell’albergo, avevano pensato che non era il caso di affrettarsi. Poiché durante il giorno avevamo fatto solo sette leghe trovai lo scherzo mediocre e pregai il padrone della locanda di farci cenare senza perdere un solo attimo; inoltre chiesi di avvertire il mulattiere di tenersi pronto con le sue bestie per partire immediatamente dopo cena(….)”
“Non so se fu Dio o il diavolo ad occuparsene, ma io fui lungi dall’avere una notte tranquilla come quella di cui aveva goduto Terenzio la notte della partenza di sua moglie; così alle sette del mattino ero già nelle vie di Palmi. Come avevo previsto non c’era assolutamente niente da vedere; tutte le case erano come quelle della sera prima e le due o tre chiese in cui entrammo risalivano a una ventina d’anni prima. È vero che in compenso dalla riva del mare è possibile vedere, in un unico panorama, tutte le isole Eolie”.
“Arrivammo a Monteleone a notte fonda; così che il nostro prudente mulattiere si fermò davanti alla prima bettola che trovò. Si vedeva appena a quattro passi di distanza e quindi non c’era modo di cercare di meglio. Dio salvi il mio peggior nemico d’arrivare a Monteleone nell’ora in cui vi giungemmo noi e di fermarsi presso Antonio Adamo. A Monteleone cominciammo a sentire parlare del terremoto che tre giorni prima aveva inopinatamente interrotto il nostro ballo: la scossa era stata molto violenta e benché non ci fosse stato nessun incidente grave i monteleonesi avevano avuto per un istante la paura che si rinnovasse la catastrofe che nel 1783 aveva distrutto interamente la loro città. Passammo da mastro Adamo una delle peggiori notti che avessimo sino ad allora passato. Per quanto mi riguarda feci mettere successivamente tre paia di lenzuola diverse nel mio letto; siccome anche la verginità della terza mi sembrò dubbia decisi di coricarmi completamente vestito”.
Sul suo taccuino si soffermò sulla dimensione storica dei luoghi, come accadde appunto a Pizzo: il castello edificato da Ferdinando d’Aragona fu terminato nel 1492 ed era già celebre per essere stato il luogo in cui era stato imprigionato e giustiziato il generale francese Gioacchino Murat, maresciallo dell’impero di Napoleone Bonaparte.
“Il giorno dopo, all’alba, facemmo sellare i muli e partimmo per Pizzo. Arrivando dall’alto della catena di montagne che correva sulla nostra sinistra ritrovammo il mare e seduta sulla sua riva la città storica che vi venivamo a cercare. Ma ciò che inutilmente e con grande dispiacere cercammo nel porto fu il nostro speronare. In effetti guardando il fumo dello Stromboli, che svettava a circa trenta miglia davanti a noi in mezzo al mare, vedemmo che il vento non aveva cambiato direzione e soffiava da nord. Per un puro caso entravamo a Pizzo il giorno del ventesimo anniversario della morte di Murat”.
Da questo appunti di viaggio nasce “Viaggio in Calabria” pubblicato da Rubbettino nella collana Scrittori di Calabria, nel 2007. Alla ricerca di ispirazione, Dumas, spirito avventuroso e curioso, rimase affascinato anche dalla dimensione popolare e fantastica dei briganti.
Figlio del generale Dumas, fiero al punto da avere ripudiato il cognome del padre perché con costui in disaccordo e da essere stato imprigionato per insubordinazione alle politiche imperialistiche di Napoleone, morì quando Alexandre era molto piccolo. Fu allevato dalla madre e il suo talento di romanziere storico e drammaturgo romantico poté contare, per sbocciare e maturare, anche sulla sua buona calligrafia che, tra mille ristrettezze economiche, gli consentì di diventare copista al servizio del Duca di Orléans all’età di 21 anni. Le sue opere oggi occupano 257 volumi, più i 20 volumi delle sue memorie, e i suoi resti, contro la sua volontà nel 2002 furono trasferiti al Panthéon di Parigi.
Fu padre dell’ omonimo Alexandre Dumas, autore de “la Signora delle Camelie”, nato nel 1824 dalla relazione con la sarta Catherine Labay. Quello fu il periodo di una florida scrittura. Il suo dramma romantico “Henri III et sa cour” – (Enrico III e la sua corte) – fu rappresentato e moto apprezzato alla Comédie-Française nel 1829. Questa opera lo consacrò come scrittore. Nel 1843 il matrimonio, seppur con vite separate, con l’attrice Marguerite Ferrad, in arte Ida Ferrier, e quindi un periodo di grande fermento culturale. Acquistato un terreno, fece costruire il “Castello di Montecristo”, un edificio ispirato agli stili di Rinascimento, Barocco e Gotico, e il “Théâtre-Historique”, un teatro storico aperto a rappresentazioni di gradi opere del passato scritte da Shakespeare, Goethe, Calderón de la Barca, Schiller. I debiti lo costrinsero a chiudere dopo alcuni anni.
I suoi viaggi con taccuino lo condussero nei Paesi Bassi, in Italia, Russia, da San Pietroburgo sino al Caucaso con particolare attenzione alla già calda zona russo-cecena, quindi il Mediterraneo. Erano gli anni dell’Unità d’Italia e Dumas fu molto amico di Garibaldi al punto da offrire anche un contributo alla sua spedizione. A Napoli fu nominato per tre anni “Direttore degli scavi e dei musei” e nello stesso periodo Garibaldi lo incaricò di fondare e dirigere il giornale garibaldino L’Indipendente, stampato fino al 1876, il cui curatore della parte italiana fu Eugenio Torelli Viollier futuro fondatore del Corriere della Sera. Nel 1864 fece ritorno a Parigi dopo essersi dimesso dall’incarico di direttore dei musei, Dopo la permanenza a Napoli, raccontata nei suoi libri “Corricolo” e ”La San-Felice”, fu la volta dei viaggi in Austria, Ungheria e Germania.
Una malattia vascolare ne fermò il cammino nel 1870. Prima della sua morte aveva iniziato a scrivere un ultimo grande romanzo, “Il cavaliere di Sainte-Hermine”, ambientato in età napoleonica e concepito come epilogo del ciclo dei romanzi storici avviato con “La Regina Margot” e “I tre moschettieri”. Con lui si spense una penna che della Calabria seppe cogliere la grande importanza storica, destinata a risuonare nei secoli.
“Ci sono certe città sconosciute il cui nome, per inattese, terribili, clamorose catastrofi, talvolta acquista improvvisa fama europea e che s’ergono in mezzo al secolo come una di quelle paline storiche piantate dalla mano di Dio per l’eternità: tale è il destino di Pizzo. Senza annali nel passato e probabilmente senza storia nell’avvenire, essa vive sulla sua gloria di un giorno ed è diventata una delle stazioni omeriche dell’Iliade napoleonica. Infatti è noto che fu nella città di Pizzo che Murat venne a farsi fucilare, là che quest’altro Aiace trovò una morte oscura e cruenta, dopo aver creduto, per un istante, che, anche lui, pur avendo gli dei contro, sarebbe riuscito a salvarsi”.

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