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Memorie – Rocco Pugliese, la sua Resistenza e il suo esilio laddove nacque l’Europa

27 Aprile 2016
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 8 minuti
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Memorie – Rocco Pugliese, la sua Resistenza e il suo esilio laddove nacque l’Europa

Di Anna Foti  – Aveva solo 27 anni. Troppo giovane per morire ma anche troppo desideroso di libertà in frangente in cui questo anelito in Italia, e non solo, fu violentemente represso. Rocco Pugliese era nato a Palmi nel 1903 da Giuseppe Pugliese e Maria Polimeni. Giovane e fiero militante del partito Socialista, fu tra fondatori nel 1921 della sezione di Palmi del Partito Comunista d’Italia, di cui a soli 18 anni divenne segretario. Terra di grandi sacrifici dei braccianti sfruttati nelle numerose proprietà terriere, la sua Palmi divenne presto una roccaforte rossa il cui spirito antifascista attirò in fretta le antipatie del regime fascista subentrato. Le tensioni erano costanti. Il doppio boicottato del comizio del gerarca Michele Bianchi, arresti di militanti antifascisti, la distruzioni della sede locale del fascio, scioperi e manifestazioni, incendi e disordini. Nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti, segretario del partito socialista unitario, inasprì un clima già carico di tensioni. Nel 1925 i fascisti osteggiarono a Palmi la celebrazione del 1 maggio. Lo squadrismo nero nella città incontrava una insidiosa resistenza e restava in attesa dell’occasione di una violenta repressione di chiaro carattere ritorsivo. L’occasione furono le celebrazioni della tradizione Varia nell’agosto del 1925 (lo scrittore calabrese Domenico Gangemi nel 2004 ha pubblicato con i caratteri di Pellegrini un romanzo liberamente ispirato a queste vicende dal titolo “’25 nero”). I fascisti imposero, infatti, con prepotenza il canto “Giovinezza” tra gli inni e la processione fu così boicottata dalla maggior parte dei componenti delle cinque corporazioni addette al trasporto (carrettieri, marinai, beccai, artigiani e contadini) che percepirono quell’imposizione come atto di grave prepotenza e indebita ingerenza.
In questo contesto, il 30 agosto immediatamente successivo maturò un nuovo scontro ai tavoli del caffé De Rosa, frequentato da comunisti e socialisti. Partirono dei colpi di pistola che ferirono due passanti e per errore due camice nere, Rocco Gerocarni, morto il giorno dopo, e Rosario Privitera. Era, dunque, l’estate del 1925 quando durante questo scontro tra fascisti e comunisti venne insanguinata una piazza affollata mentre il Fascismo avanzava in ogni angolo dello Stivale. Il destino del giovane e impetuoso Rocco Pugliese da quella sera fu inesorabilmente segnato. La compagnia Teatri del sud di Palmi ha curato la trasposizione teatrale del libro di Francesco Suriano “L’Arrobbafumu”, interpretato dall’attore cosentino, celebre ispettore Fazio della serie Rai “Montalbano”, Peppino Mazzotta e ispirato anche a questi fatti di Palmi.
La reazione del regime non si fece attendere e il commissario di polizia Francesco Cavalieri arrestò molti antifascisti della zona, accusandoli di complotto, ammettendo solo in sede di processo che si trattò di arresti per motivi politici, per dissenso e opinione e non per omicidio, finalizzati a destabilizzare la roccaforte antifascista che Palmi rappresentava. Tra gli arrestati anche lo scrittore Leonida Repaci, forse bersaglio dell’agguato con Pugliese. Rocco Pugliese fu arrestato e processato con le accuse di omicidio, tentato omicidio, atti tendenti a suscitare la guerra civile, insurrezione contro i poteri dello Stato.
Il procuratore generale presso la corte d’appello di Catanzaro chiese il rinvio a giudizio di trentuno persone per correità in omicidio premeditato e mancato omicidio premeditato. La corte rinviò a giudizio quindici persone presso la Corte di Assise di Palmi, prosciogliendo con formula piena o per insufficienza di prove, gli altri tra cui l’intellettuale Leonida Repaci. Non mancarono le polemiche per questo proscioglimento e mancato deferimento al tribunale speciale eccellenti, da molto ritenuti il frutto di sollecitazioni da parte di persone influenti e gradite al  Duce, vicine a Repaci. Contribuirono le dimissioni dello stesso Leonida Repaci dal partito Comunista, alle quali rispose un anonimo con un articolo (attribuito ad Antonio Gramsci) apparso su L’Unità. La spaccatura non fu mai ricucita.  Nei sei mesi di carcere Rèpaci scrisse “In fondo al pozzo”, un romanzo in cui riferì anche alla vicenda della Varia del 1925. La vicenda di Rocco Pugliese vista con i suoli occhi è raccontata dallo scrittore palmese Natale Pace nel suo saggio “Il debito”, pubblicato nel 2006 per Laruffa Editore.
Il processo ai quindici imputati, tra cui Rocco Pugliese, ebbe inizio al cospetto della corte d’assise di Nicastro, ma poi subentrò l’istituzione del tribunale del tutto atipico del regime. Al 1928 risale il deferimento del processo al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito nel 1926, composto da attivisti del partito e da consoli della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), per perseguire esclusivamente i reati contro il regime, invocando leggi discriminatore per i dissidenti, e per garantire indipendenza ai giudici ordinari. Anche durante il dibattimento le idee di Rocco Pugliese non persero occasione di essere ribadite costandogli la massima pena inflitta in questa vicenda giudiziaria. Il pubblico ministero Isgrò chiese per lui l’ergastolo. Nel dicembre del 1928 il tribunale (Presidente Tringali-Casanova, relatore Presti), emise la sentenza numero 145 con le seguenti condanne:  24 anni e 7 mesi (la condanna più dura) per Rocco Pugliese,  10 anni e 8 mesi per Natale Borghese e Vincenzo Pugliese, 10 anni e 7 mesi per Giuseppe Florio e Gregorio Grasso, 8 anni e 7 mesi per Giuseppe e Antonio Bongiorno. Quest’ultimo fu di nuovo processato dallo stesso tribunale nel 1935 con l’accusa di organizzazione e partecipazione al Partito Comunista e fu condannato ad altri 12 anni.
La persecuzione andò ben oltre. Anche il fratello maggiore  Fortunato Pugliese fu arrestato il 30 novembre 1926 per aver manifestato vicinanza a Rocco e confinato a Lampedusa e Ustica, dove trascorse 44 giorni anche l’intellettuale antifascista e tra i fondatori del partito Comunista italiano Antonio Gramsci nel 1926. Neppure la morte di una figlia e la sua malattia furono considerati; la sua detenzione si protrasse fino al 1929.
Rocco Pugliese, dopo la sua condanna e dopo tre anni di detenzione preventiva, fu trasferito, con l’etichetta di detenuto pericoloso da sorvegliare attentamente, nel carcere di Santo Stefano*, nell’arcipelago delle isole Ponziane, dove nell’ottobre 1930 morì tragicamente. La sua coerenza fino alla fine, la sua convinzione la sua intransigenza ne accelerarono la morte. Sul suo decesso vige il mistero. Suicidio per impiccagione, pestaggio con la testa coperta (brutale trattamento cosiddetto ‘santantonio’ di eredità camorristica), soffocamento, strangolamento.
Il suo corpo fu occultato e mai arrivò a Palmi dove comunque neppure avrebbe avuto diritto ad esequie pubbliche ma avrebbe dovuto essere trasferito di notte direttamente al cimitero.
Persino la sua memoria è costantemente sfidata. Nessuno tra quelli che lo conobbero è più in vita ma nel 2015 un familiare Lorenzo Pugliese pubblicò “Rocco Pugliese: un Comunista di Calabria” in cui ricostruisce, dopo anni di ricerche presso archivi, giornali, biblioteche e racconti di testimoni, la storia del giovane militante caro anche a Sandro Pertini. Costui eletto nel 1947 nell’assemblea Costituente, e settimo presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, fu detenuto nel carcere di Santo Stefano dal 1929 al 1930. In un intervento in aula da padre costituente ricordò che “Rocco Pugliese venne soppresso all’ergastolo di Santo Stefano quando io ero lì, al letto di forza”. La testimonianza di Pertini si inquadrava nell’ambito di una discussione avviata sul tema del trattamento dei detenuti, spesso vittime di pestaggi violentissimi e impuniti.  Pertini denunciò il trattamento crudele e spesso mortale cui venivano sottoposti i detenuti politici a Santo Stefano, dove anche lui era stato detenuto. Denunciò questo con riferimento alla morte di Rocco Pugliese e di Gaetano Bresci, l’anarchico pratese condannato all’ergastolo per l’uccisione del re Umberto I, deceduto a Santo Stefano nel 1901.
In una testimonianza riportata nel libro a cura di Vico Faggi, lo stesso Pertini racconta: “Una notte fui svegliato da un grido soffocato ‘mamma, mamma!’. L’indomani fu sparsa la voce che Rocco Pugliese si era impiccato; ma il suicidio non era che una messa in scena. Pugliese era stato ucciso dai carcerieri.”
Come assassinio fu classificata la morte di Rocco Pugliese dal quotidiano del partito comunista francese “L’Humanité” che pubblicò il 21 dicembre 1930 un articolo di Gabriel Péri, futuro deputato comunista, dal titolo: “Comment périrent à San Stefano les communistes Castellano et Pugliesi”. In esso Pèri denunciava la morte dei due detenuti comunisti Castellano e Pugliese, per errore erroneamente indicato come Pugliesi, e le gravi condizioni del militante comunista Emmanuelli e Pertini, ammalato di tubercolosi.
Il carcere di Santo Stefano è oggi una struttura penitenziaria in disuso. Costruita nel 1795 sull’Isola di Santo Stefano,  attualmente è parte della Riserva Naturale Statale Isole di Ventotene e Santo Stefano. Esso è noto anche per altri intellettuali che vi furono confinati anche sul finire del regime fascista ed alcuni di questi qui scrissero quello che passò alla storia come il primo documento di promozione europea che annunciò in tempo non sospetti la necessità di una federazione europea, ossia il manifesto di Ventotène dal titolo “Per un’Europa libera e unita”. A stendere quello che è considerato come un testo fondante dell’Unione Europea furono, durante il confino tra il 1941 ed il 1944, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann, rispettivamente padri e madre del Federalismo europeo, all’epoca una coraggiosa aspirazione e un’utopica visione.
Originariamente articolato in quattro capitoli, il Manifesto fu poi clandestinamente diffuso e pubblicato in tre capitoli (La crisi della civiltà moderna; Compiti del dopoguerra. L’unità europea; Compiti del dopoguerra. La riforma della società) nel 1944 da Eugenio Colorni. Al testo furono aggiunti due saggi di Altiero Spinelli “Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche della seconda metà del 1942” e “Politica marxista e politica federalista del 1942-1943”.
All’epoca il documento non fu capito nella sua grandezza e nella sua dimensione fortemente antesignana dell’Unione Europea. Lo stesso Sandro Pertini ritirò la firma dal documento. Il manifesto di Ventotene fu invece il punto di partenza del delicato e arduo cammino di costruzione di una prospettiva di integrazione Europea, quale viatico di crescita, pace e sviluppo, che ebbe la città di Messina come scenario in occasione della conferenza che si svolse l’1 ed il 2 giugno 1955, promossa dall’allora ministro degli Affari Esteri. Originario proprio di Messina, Gaetano Martino convocò sulla riva siciliana dello Stretto altri cinque ministri degli Esteri della Comunità europea del carbone e acciaio (CECA) Jan Willem Beyen per l’Olanda, Antoine Pinay per la Francia, Joseph Bech per il Lussemburgo, Walter Hallstein per la Repubblica Federale Tedesca e Paul-Henri Spaak per il Belgio.
La conferenza di Messina, nel quadro dello sviluppo di un progetto di coesione ed integrazione che non dovesse fermarsi al solo livello economico, per assurgere ad una dimensione politica il cui cammino è ancora in atto con importanti traguardi centrati ed altri mancati (i quattro trattati di Roma, Maastricht, Amsterdam e Nizza ed il progetto naufragato di Costituzione Europea), rappresentò un momento cruciale di svolta dopo le battute di arresto registrate al momento di accantonare i trattati della Comunità Europea di Difesa (CED) e Politica (CEP).
La conferenza in Sicilia ebbe il merito di aver avviato due riflessioni che si rivelarono decisive per lo scenario che sarebbe seguito, ossia il sistema comunitario alla base dell’integrazione europea ed il metodo attraverso cui elaborare i successivi Trattati. Dopo due giorni di discussioni, il terzo giorno venne resa nota la Dichiarazione di Messina (ovvero Risoluzione di Messina), attraverso la quale i sei Paesi enunciarono una serie di principi che avrebbero ispirato la creazione dell’Euratom – Comunità Europea dell’Energia Atomica – e, dopo due anni con la firma dei Trattati di Roma del 1957, l’istituzione del Mercato Comune Europeo (Mec) poi denominato CEE, ossia la Comunità Economia Europea antesignana dell’attuale Unione Europea.
Proprio il ministro messinese Gaetano Martino fu a capo della delegazione italiana per la stesura e la firma dei Trattati romani.
La risoluzione di Messina indicava con lungimiranza tre grandi aree in cui cooperare: lo sviluppo delle grandi vie di comunicazione; la gestione degli impianti di energia, in particolare modo atomica, ed un’organizzazione comune dei suoi impieghi pacifici; la realizzazione di un mercato comune attraverso l’eliminazione delle dogane e degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia di mercato comune. Questa l’Europa dei padri precursori. Questa l’Europa della caduta del muro di Berlino nel 1989 e questa l’Europa della costruzione del muro sul Brennero oggi nel 2016.

*La particolarità di questo edificio penitenziario risiede nel fatto di essere stato uno dei primi al mondo ad essere costruiti secondo i principi del Panopticon, modello ideato dal filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham nel 1791 allo scopo di consentire un controllo complessivo di tutti (pan) i detenuti ad un solo sorvegliante/controllore invisibile (opticon Argo Panoptes della mitologia Greca era un gigante con un centinaio di occhi ritenuto guardiano ideale); i sorvegliati/controllati, infatti, non percepivano né avrebbero potuto accorgersi, di questa condizione.  Questa idea ha anche ispirato in seguito altri intellettuali e scrittori come Michel Foucault, Noam Chomsky, Zygmunt Bauman e lo scrittore britannico George Orwell nell’opera “1984”.
Il carcere di Santo Stefano è anche celebre per essere stato per alcune settimane il centro dell’autoproclamata Repubblica di Santo Stefano nel 1860 quando, per poche settimane, divenne una colonia collettiva ed autonoma istituita da un gruppo di camorristi, dopo una violenta rivolta.

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