di Anna Foti – Esiste in Calabria una storia legata ai libri dal fascino e dal mistero senza tempo. Visse in Calabria nel secondo Dopoguerra un bibliotecario errante. Il suo nome era Biagio Ordine, conosciuto anche come “U pacciu”. Egli soleva diffondere la cultura e portare libri dove l’analfabetismo, silente ma implacabile, avanzava, coniugando questa sua passione con le sue competenze in materia di agricoltura. Si tramanda, infatti, che ai contadini svelasse segreti per vendemmiare e per una buona irrigazione, dispensasse nozioni per migliorare la coltivazione del cedro e del gelso e la piantumazione dell’olivo.
Con la bisaccia sulle spalle o un cassone pieno di libri da bibliotecario ambulante, percorreva le strade terrose di campagna, tra colline, trattori, canneti e contrade, pergolati e casolari precorrendo i tempi in cui i bibliobus avrebbero raggiunto i luoghi più periferici per dare in prestito libri. Biagio Ordine viveva a Diamante, nel cosentino, dove faceva l’agricoltore. Una figura leggendaria di cui molti testimoni parlano descrivendola come un folle per il suo temperamento combattivo e per averlo visto girare con tutti quei libri nello zaino nella custodia di compensato (libri di letteratura e di ogni altro genere, messali anche spaginati e con appunti volanti, copertine dove lui stesso annotava sovente commenti, glosse che costituivano la sua ricca biblioteca). Era incurante del loro peso e concentrato solo sul fine, cioè assicurare un libro della sua biblioteca rurale a chi desiderasse leggere. Un passato familiare doloroso, la guerra, poi i campi e i libri da distribuire. Trasandato, bizzarro e stravagante aveva ben chiara tuttavia l’etica del lavoro ed il necessario equilibrio tra diritti e doveri per vivere da uomo libero. Non esitava a battersi per i diritti degli agricoltori e dei coltivatori della terra. Aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi. Ciò lo aveva reso inviso a molti e la sua abitazione pare fosse spesso perquisita alla ricerca di elementi per intessere a sua carico un’accusa di sovversione. Si narra che la sua macchina da scrivere fosse nascosta sottoterra. Anche la sua morte fu singolare. Un mistero su cui nessuno indagò mai. Il cadavere venne trovato davanti al portone del carcere di Verbicaro nell’ottobre del 1952. Aveva 54 anni e pare che avesse raggiunto di corsa il carcere dove la moglie, dopo una visita dei carabinieri, era stata tradotta in stato di arresto. A scoprire questa figura il professore Rosario D’Alessandro, quando nella casa abbandonata e disabitata a Buonvicino, su concessione dell’amico Mario Caglianone scoprì libri impolverati e le vicende de “U pacciu”. Ne ha raccontato la storia in un articolo apparso sul Corriere della Calabria mentre Francesco Cirillo sulle colonne del numero di ottobre di “Olmo”, mensile di informazione e cultura della riviera dei cedri curato dall’amministrazione comunale di Diamante e Cirella di cui è direttore responsabile, ha raccontato del murales che è stato realizzato in memoria del bibliotecario errante nella centrale via Crispi, ad angolo con via Bixio, del comune di Diamante noto come il “paese dei nasi all’insù” per le numerose opere raffigurate sui muri. L’idea è stata del nipote Antonio Ordine ed è stata realizzata dall’artista Antonino Perrotta, diplomatosi all’accademia di Belle Arti di Roma. Sul murales è riportata la poesia che il nipote ha dedicato al nonno Biagio: “Ho lasciato i tuoi passi nelle tasche della tua bisaccia/e le tue rughe tra le pieghe degli ulivi./Tra le spine dei cedri i fili della tua barba/e le tue mani lungo i fianchi della tua Diamante/ma la tua voce di carta, nonno,/nessuno può sentirla se non leggendoti/e adesso spero di lasciarti aperto per sempre nella bocca del passante”, firmato da Antonio Ordine di Giulio fu Biagio e Da coloro che hanno l’amore di portare avanti il tuo cognome.
Dai coltivatori di cedro della riviera calabrese ai montanari “bancarellai” della Lunigiana. Ancora una volta trionfa la saggezza di Cicerone secondo il quale la biblioteca e il giardino fanno di un uomo, una persona pienamente appagata. Potremmo dire che, per l’oratore e filosofo romano, una stanza senza libri è vuota quanto un corpo senza anima, quanto una terra priva di chi ne coltivi e ne raccolga i frutti.
C’è infatti un’altra storia legata ai libri che però affonda le radici nel profondo nord e che ha dato origine ad uno dei premi letterari più noti, il premio Bancarella, l’unico ad essere gestito dai librai.
Orgogliosi della loro storia, accoglienti e generosi custodi e appassionati narratori di una memoria che in realtà è collettiva. Sono coloro che sono rimasti ma soprattutto coloro che tornano per l’estate nel borgo di Montereggio – comune di Mulazzo, provincia di Massa Carrara – unica località italiana, nota non a caso come il paese dei librai, ad essere aderente alla rete BookTownNet* dal 2004. Montereggio è patria del missionario martire morto in Cina, Francesco Fogolla, unico santo della Lunigiana; con la residenza feudale dei Marchesi Malaspina, le due torri eredità del vecchio castello e la chiesa di Santo Apollinare caratterizzata dalla Torre campanaria, è il luogo in cui si nasce librai e poi si impara a leggere e a scrivere. Qui le stagioni sono segnate dai prodotti della terra, uno su tutti le castagne; qui durante il pascolo si tramandavano oralmente la Divina Commedia (Dante nel 1306 fu in Lunigiana durante l’esilio, ospite di Franceschino Malaspina, come prova un documento in cui il poeta compare quale procuratore di Franceschino per concludere la pace col vescovo di Luni) e l’Orlando Furioso. Qui le piazze e le vie hanno i nomi dei più importanti editori da Mondadori a Mursia, da Garzanti a Feltrinelli ed Einaudi, e hanno avuto origine le famiglie dei più importanti librai del nord Italia.
Una scultura campeggia all’ingresso del paese accanto alla torre con l’orologio che rievoca quel tempo in cui si scendeva a valle con le gerle prima colme di sassi per limare falci e poi di opuscoli carbonari, almanacchi, lunari e infine libri. In inverno si rientrava e in primavera si scendeva a valle. Qui ogni partenza era solenne.
In una gradevole mattina di agosto, accolta e guidata da Gianni Tarantola (nipote di Giovambattista e Luigia Tarantola, figlio di Carlo Tarantola e di Eva Pongan, marito di Paola Lazzarelli, nonché presidente della fondazione Città del Libro), mi trovo ad esplorare il borgo, giro tra le vie intitolate ai grandi dell’editoria ed entro nelle due chiesette che ancora si conservano del 1200 e del 1900.
“Sono cresciuto in libreria – racconta Gianni Tarantola – sono stato sotto il banco mentre era affollata, sempre in mezzo ai libri. Sono rimasto sempre immerso nella scrittura anche quando ho lavorato come grafico tecnico al Corriere della Sera a Milano. Una pagina di libro letta ogni sera mi concilia con la vita”.
Lasciato l’ingresso del paese, con il monumento al Libraio e la valle a far da sfondo, mi addentro nel paese e visito la storica libreria, immersa nella storia, grazie ai racconti di Gianni Tarantola, di cui conosco la casa, l’incanto di quella pace, il calore dell’ospitalità sua e della gentile moglie Paola. In quell’atmosfera, in mezzo a tutti quei libri, mi sento a casa mia, nonostante centinaia di chilometri mi separino dalla Calabria. Sulla via del rientro, ritorno al monumento dedicato al libraio sosto al bar della piazza; lo spirito di accoglienza e generosità si manifesta ancora e anche lì, prima di andar via, c’è un altro racconto. Quelli di Antonio Pongan che parla dei nonni che “vendevano libri in Francia con un carretto lungo come quello del far west, munito di cassettoni sulla fiancata. Mia nonna però non parlava francese e così dei fili di lana colorata venivano utilizzati per distinguere i libri”. Sono vivi nei suoi ricordi nonno Giovambattista Pongan che impagliava sedie e nonna Liberata Lazzarelli che portava uova e vendeva libri. “Sono orgoglioso della vita dei miei nonni – ricorda Antonio Pongan – perché mi hanno lasciato qualcosa di più prezioso della ricchezza materiale ossia lo spirito combattivo e la forza di tornare alle origini, nonostante le mille difficoltà”.
La necessità diventa virtù come la ricerca di mezzi di sostentamento genera intraprendenza, aguzza l’ingegno e lo mette al servizio dell’intramontabile strumento di conoscenza quale il libro. Nel borgo di Montereggio, cullato dalle montagne toscane comincia così la storia dei librai che ancora oggi contraddistingue questa località di poche centinaia di abitanti, immersa nella natura e nella memoria di un tempo che fu, in cui la pastorizia e le castagne non bastavano per sopravvivere.
“Qui si formarono gruppi di librai ambulanti tra loro solidali. Si trattava – spiega Gianni Tarantola – di una forma primitiva di cooperativa: uno comprava e distribuiva da gennaio in poi ad altri che avrebbero voluto vendere. Gradualmente – racconta – dalla gerla si passò al carretto con i cassettoni e infine alla bancarella sotto i portici. Questi librai possono essere considerati patriarchi dei librai indipendenti”.
“Il primo, nel Cinquecento, fu Sebastiano da Pontremoli, che si trasferì a Milano dove apprese l’arte della stampa. Lo seguirono altri, come i Viotti, suoi compaesani, che a poco a poco aprirono anche una bancarella. Piano piano la fama dei librai si estese oltre la valle e, con l’aumento del lavoro, molti andarono a portare i libri sempre più lontano, fino in Germania” (da www.montereggio.it/librai.htm).
Tutto cominciò in questo borgo per arrivare attraverso il passo della Cisa anche nella confinante Emilia Romagna e poi espugnare il nord e superare anche il confine dove oggi ai cognomi dei librai di Montereggio e Pontremoli, come Tarantola, Fogola, Bertoni, Ghelfi, Lorenzelli, Maucci (che aprirono la Casa Editorial a Barcellona, con succursale a Madrid e distribuzione fino a Buenos Aires), Lazzarelli, Rinfreschi, sono legate le storie delle più importanti librerie. Molti discendenti operarono in settori affini. “Pontremoli è un paese della Lunigiana, famoso fin dal Medio Evo quando era la porta delle grandi vie di comunicazione fra Toscana e la Lombardia, circondato da boschi di castagni e di pini. Tra questi boschi sorgono da tempo immemorabile Montereggio e Parana, villaggi di trecento anime, così piccoli che passano per frazioni del Comune del mandamento di Pontremoli; e questa è la terra dove si nasce librai”, scrisse Oriana Fallaci su “Epoca” il 6 settembre 1952.
E così piazza Repubblica di stampo medievale a Pontremoli ospita quasi da sempre il premio non a caso denominato “Bancarella”, richiamando il semplice allestimento cui approdarono i librai ambulanti che scendevano da Montereggio. La storia del premio Bancarella, legato anche all’immagine del patrono degli stampatori e dei librai San Giovanni di Dio, comincia oltre mezzo secolo fa a Mulazzo per poi spostarsi a Pontremoli. Entrambi i comuni della provincia di Massa Carrara comunque patrocinano l’evento. Dopo quell’incontro tra i librai nell’estate del 1952, la prima edizione del premio che annovera tra i suoi vincitori scrittori e intellettuali del calibro di Ernest Hemingway (1953), Boris Leonidovic Pasternak (1958), Oriana Fallaci, Indro Montanelli, John Grisham, Andrea Camilleri, Umberto Eco, Ken Follett, Bruno Vespa. Quest’anno il premio, giunto alla sua sessantatreesima edizione, è stato vinto per un soffio con “Niente è come te” edito da Garzanti, Sara Rattaro, scrittrice genovese, sabato a scorso a Reggio Calabria perché insignita del premio Fortunato Seminara opera prima del Rhegium Julii per il suo primo romanzo “Sulla sedia sbagliata”, uscito nel 2010 e rieditato da Garzanti quest’anno.
La tradizione del premio Bancarella è molto radicata e si è diversificata nel tempo con il premio Bancarella Sport, Cucina e con la novità del Silent book (libro di sole illustrazioni).
Un’intuizione nutrita dal bisogno che nessuno qui cerca di mascherare in altro modo. Non ce ne sarebbe motivo. La storia testimonia come fu premiata l’audacia di questi librai, sognatori e viaggiatori e che questa avventura fruttò per questa comunità emigrata un volano di sviluppo. Tanti i semi che, coltivati da generazioni, sono poi germogliati sotto forma delle librerie più importanti della Lombardia e del Veneto, senza dimenticare anche coloro che si spinsero oltre confine. L’esodo cominciò già nell’Ottocento. Questo furono il destino e la storia comuni dei librai montereggini e pontremolesi, della fondazione Città del Libro (oggi presieduta da un discendente di prestigio come Gianni Tarantola), delle unioni dei librai Pontremolesi e librai delle Bancarelle. “Il libraio pontremolese – spiega Gianni Tarantola – è bravo a far leggere gli altri”.
Ecco come nasce il premio Bancarella. La storia comincia nel 1952 quando i discendenti di quei librai, oggi sparsi in tutto il nord e all’estero con le loro librerie, in vacanza ad agosto si incontrarono e decisero di fare un premio per il libro. Si raccontano con semplicità e dovizia i montereggini, consapevoli di avere una storia e di non volerla dimenticare. Sempre pronti ad ospitare, ogni anno, a fine agosto la festa del libro, giunta lo scorso agosto alla dodicesima edizione.
Questa è la storia del pellegrinare di coloro che sarebbero diventati i librai di Pontremoli, a poco più di dodici chilometri da Montereggio, che cominciando sassi per limare la falci, pietre da rasoio per poter occultare alla polizia austriaca gli scritti dei più noti patrioti, poi lunari, almanacchi e volantini carbonari, libri allestivano bancarelle per vendere libri lì, e poi in tutto il nord e all’estero. E’ la storia dei tanti che scendevano a valle con la gerla piena di speranza. La storia dei librai italiani, tra i più famosi al mondo che come il calabrese Biagio Ordine ebbero fede nel libro.
*”Nel 1961 Richard Booth lascia Oxford e compra il locale che ospitava la sala cinematografica di Hay-on-Wye, un paese di 1500 abitanti nel Galles, per trasformarlo in una libreria che vendeva principalmente libri di seconda mano. Il successo del negozio spinge Booth ad acquistare la stazione dismessa dei pompieri, una vecchia warehouse e il castello, riempito da subito con libri antichi. A partire dal 1970 Hay-on-Wye diventa il primo “paese del libro” al mondo.
Oggi Hay-on-Wye conta quasi 40 librerie, 17 tra ristoranti, caffè e bistrot, una stamperia, due legatorie, negozi di antichità e curiosità varie oltre a negozi e attività tradizionali e più di 300.000 visitatori all’anno”. (da www.montereggio.it/paesi.htm).






