
di Fabio Cuzzola – La recente scomparsa del calciatore Bortot ha provocato in me l’effetto delle madeleines di proustiana memoria. “Tortora, Cuttone, Tasca, Snidaro, Dariol, Battiston,
Lomanno, Ferri, Mariano, Scarrone, Bortot.”
Sgranavano a memoria la formazione della Reggina andando a scuola, mentre volgevano all’epilogo i tragici anni settanta, vissuti l’anno precedente nel segno del sequestro Moro.
Al tempo, per noi esisteva solo il calcio e l’unico simbolo politico era il viso del “Che” impresso nel simbolo del gruppo ultras che ammiravamo di più : i Warriors! Giacca militare e anfibi da rude boys.
Nati e cresciuti nella parrocchia del Sacro Cuore, per noi lo stadio, che allora era solo “Il Comunale”, era più che un luogo dove andare a vedere le partite di calcio.
Nel corso della settimana infatti, grazie alla pazienza del custode-giardiniere dell’epoca, il mitico signor Mazzitelli, frotte di bambini e ragazzi imperversavano nell’ampio cortile e negli spazi immensi fra le gradinate, con biciclette e palloni di ogni tipo.
Era la nostra jungla di Kipling.
La domenica aspettavi davanti ai tubi innocenti che qualche adulto ti facesse entrare alla partita barando sull’altezza e, una volta dentro lo stadio, che gli altri giorni viveva dell’eco dei nostri schiamazzi, diventava il catino dei nostri sogni.
Niente posti numerati, niente tessere del tifoso, niente nomi sulla maglia, niente Tv, tanta serie C e molto orgoglio di appartenenza.
A ogni stagione si riproponeva la speranza della promozione, spesso andata delusa per colpa dei cugini catanesi, coraggiosi ad invadere Reggio, a vendere i biglietti con il bagarinaggio e anche a vincere a mani basse.
Io alternavo la gradinata alla tribuna, godevo della possibilità di intrufolarmi in sala stampa portando l’Olivetti Lettera 22 di mio nonno, all’epoca cronista storico dello sport reggino.
La curva arrivò solo in terza media quando allo stadio si cominciava ad andare da soli, ed una volta quella denominata “Catania” tutta i legno andò a fuoco.
Per capire cos’era il calcio e quanto sia cambiato, seppur nella breve durata , l’esempio migliore però è quello della trasferta.
L’epoca dei “treni speciali”, più vicina a noi, è immediate mante identificabile anche dai giovani che oggi frequentano lo stadio, sopravvivono nella memoria orale quelli di Perugia, i sei di Pescara, quello di Teramo e la “nave speciale” per Porto Torres.
Ma riportando il nastro della memoria agli anni settanta, di “speciale” non c’era nulla se non la follia e la passione del mettersi in viaggio con i mezzi più disparati.
Fra i quali la “cremagliera” a catena, che da Paola si arrampicava a Cosenza , per vedere Brindisi-Reggina in campo neutro.
Al tempo le invasioni di campo erano all’ordine del giorno e le squalifiche fioccavano.
Un viaggio infinito, vissuto, prima nella gioia dello stare insieme con le famiglie, si andava in trasferta con la famiglia, e poi al ritorno con il sapore della vittoria (1-2) strappata al novantesimo con il giovane Mingrone su assist di Elvy Pianca.
Sapori antichi, come il panino con la frittata tirato fuori e condiviso al ritorno, e i ricordi dei più vecchi che raccontavano delle sfide con la Morrone di Cosenza, dove gli spettatori allungando gli ombrelli infilzavano attraverso le reti di protezione i calciatori.
Era proprio un altro calcio, con gli stadi pieni alla domenica, un’altra Reggio che si leccava le ferite del post rivolta, un’altra Reggina meno blasonata, ma più romantica.




